Un bambino si risveglia di soprassalto. Qualcosa di malvagio vuole ghermirlo nella notte ed è lì con lui, nella sua stanza, nel suo letto.

Bedtime è una creepypasta scritta da Michael Whitehouse, inizialmente concepita come storia a sé stante; è stata in seguito ampliata in cinque capitoli che pubblicherò nei prossimi giorni qui su Bottega Mistero. E se non riuscite a resistere all’attesa, potete sempre gustarvi le saghe complete di Abbandonato da Disney, A ROOM o la vostra preferita: La casa senza uscita



Buona lettura.

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Bedtime – Parte I

L’ora di andare a letto dovrebbe essere un momento felice per un bambino stanco; per me era terrificante. Mentre alcuni bambini si lamentano perché vengono messi a dormire prima che finiscano di vedere il film o giocare al loro videogioco preferito, per me, quando ero piccolo, la notte era qualcosa da temere veramente. Da qualche parte nella mia mente è ancora così.

Avendo ricevuto un’educazione scientifica, non riesco ancora a dimostrare che ciò che accadde a me fosse oggettivamente reale, ma posso giurare che quello che ho sperimentato fosse puro orrore. Una paura che, in vita mia, sono felice di dire, non è mai stata eguagliata. Ve la racconterò come meglio potrò, poi fatene ciò che volete, sono contento anche solo di levarmi questo peso dal petto.

Non ricordo esattamente quando tutto è iniziato, ma il mio timore nell’addormentarsi sembrava corrispondere con l’essermi spostato in una stanza tutta mia. Avevo otto anni a quel tempo, e fino ad allora avevo felicemente condiviso la stanza con mio fratello maggiore, tranquillamente. Come è comprensibile per un ragazzo di cinque anni più grande di me, mio fratello ad un certo punto desiderò di avere una stanza propria e di conseguenza mi fu data quella sul retro della casa.

Era una stanza piccola e stretta ma stranamente lunga, larga quanto bastava per un letto e un paio di comodini ma non molto altro. Non potevo lamentarmi poiché, anche a quell’età, capivo che non disponevamo di una grande casa e non avevo motivi di essere deluso, dato che la mia famiglia era molto amorevole e premurosa. È stata un’infanzia felice, durante il giorno.

Una finestra solitaria si apriva sul giardino posteriore, nulla di straordinario, ma persino durante il giorno la luce che si insinuava in quella stanza sembrava esitare.

A mio fratello venne dato un nuovo letto, mentre a me venne dato quello a castello che eravamo soliti condividere. Mentre ero arrabbiato perché dovevo dormire da solo, ero anche eccitato al pensiero di poter dormire nel letto di sopra, che sembrava molto più avventuroso per me.

Fin dalla prima notte ricordo la strana sensazione di disagio che strisciava lentamente nella mia mente. Rimasi nel letto superiore, sdraiato, a fissare le mie action figures e le mie macchinine sparse per tutto il tappeto verde-blu. E mentre immaginarie battaglie avevano luogo tra i giocattoli sul pavimento, non potevo farci niente, ma sentivo che i miei occhi venivano lentamente attirati sul letto di sotto, come se qualcosa si muovesse dove quasi non potevo vederlo. Qualcosa che non desiderava essere visto…

Il letto era vuoto, impeccabilmente fatto con delle lenzuola blu scuro ordinate per bene, che coprivano parzialmente due blandi cuscini bianchi. Non ci pensai, a quel tempo, ero solo un bambino,e il suono della televisione dei miei genitori che proveniva da sotto la mia porta mi immerse in un caldo senso di sicurezza e benessere.

Mi addormentai.

Quando si viene svegliati da un sonno profondo da qualcosa che si muove o si agita, ci può volere qualche momento prima di capire veramente cosa stia succedendo. La nebbia del sonno pende ancora sopra gli occhi e le orecchie, anche se siamo lucidi.

Qualcosa si stava muovendo, non c’era nessun dubbio.

In un primo momento non ero sicuro di cosa si trattasse. Tutto era scuro, quasi nero pece, ma c’era abbastanza luce che penetrava dall’esterno per riuscire a delineare quella stanza stretta e soffocante. Due pensieri apparvero nella mente quasi simultaneamente. Il primo fu che i miei genitori erano a letto, poiché il resto della casa giaceva nell’oscurità e nel silenzio. Il secondo pensiero fu rivolto verso il rumore. Il rumore che mi aveva, ovviamente, svegliato.

Mentre le ultime ragnatele scomparivano dalla mia mente, il rumore assunse una forma più famigliare. A volte il più semplice dei suoni può essere il più snervante, il freddo vento attraverso gli alberi all’esterno, i passi del dirimpettaio che sono pericolosamente vicini o, in questo caso, il semplice suono delle lenzuola del letto che frusciava nel buio.

Era quello: lenzuola che frusciavano nel buio come se un dormiente disturbato stesse cercando di trovare una posizione più comoda, nel letto inferiore. Rimasi lì, incredulo, pensando che il rumore fosse frutto della mia immaginazione o forse solo il mio gatto che cercava un posto confortevole per la notte. È stato allora che notai la mia porta, chiusa come quando mi ero addormentato.

Forse mia mamma era venuta a controllarmi e il gatto si era intrufolato in camera in quel momento.

Sì, doveva essere stato così. Mi girai verso il muro, chiudendo gli occhi nella vana speranza di potermi riaddormentare. Appena mi mossi, il suono frusciante sotto di me cessò. Pensai di aver disturbato il gatto, ma velocemente realizzai che il visitatore del letto inferiore era molto meno banale del mio animale che cercava di dormire, e molto più sinistro.

Come se fosse stato avvertito, e disturbato, dalla mia presenza, il dormiente iniziò a rigirarsi violentemente, come un bambino che faceva i capricci nel proprio letto. Potevo sentire le lenzuola girare e frusciare, con crescente ferocia. La paura prese possesso di me, non come il sottile senso di disagio che avevo sperimentato prima, era potente e terrificante. Il mio cuore accelerò mentre spalancavo i miei occhi dal panico, scandagliando ogni cosa in quell’oscurità quasi impenetrabile.

Lanciai un grido.

Come la maggior parte dei bambini fanno, avevo istintivamente chiamato mia madre. Sentii qualcosa muoversi dal lato opposto della casa, ma quando tirai un sospiro di sollievo nel sapere che i miei genitori sarebbero venuti a salvarmi, il letto a castello iniziò a tremare violentemente, come se ci fosse stato un terremoto, raschiando contro il muro. Sentivo le lenzuola di sotto muoversi come se tormentate dalla malignità. Non volevo scendere per salvarmi poiché temevo che la cosa nel letto inferiore mi avrebbe afferrato, trascinandomi nell’oscurità, così rimasi lì dove ero, le mie nocche erano bianche dallo stringere la mia coperta come protezione. L’attesa sembrò un’eternità.

La porta, finalmente e fortunatamente, si spalancò e venni immerso nella luce, mentre il letto inferiore, il luogo di riposo del mio indesiderato visitatore, giaceva vuoto e tranquillo.

Piansi e mia madre mi consolò. Lacrime di paura, seguite da lacrime di sollievo, scorrevano sulle mie guance. Eppure, dopo tutto l’orrore e il sollievo, non le raccontai perché ero così sconvolto. Non riesco a spiegarlo, ma sentivo come se quella cosa che si trovava nel letto sarebbe ritornata se ne avessi parlato, o se avessi solo pronunciato una sillaba riguardo la sua esistenza. Se quella fosse la verità non lo so, ma da bambino sentivo come se quella minaccia invisibile fosse ancora lì, in ascolto.

Mia madre si sdraiò nel letto inferiore, promettendo di rimanere lì fino al mattino. Alla fine la mia ansia diminuì, la stanchezza mi spinse verso il sonno, ma rimasi comunque sfinito, mi risvegliai più e più volte al suono delle lenzuola che si muovevano.

Ricordo che il giorno dopo volevo andare ovunque, essere ovunque, tranne che in quella stretta stanza soffocante.

Era un sabato e stavo giocando piuttosto volentieri all’esterno, con i miei amici. Anche se casa nostra non era grande, eravamo abbastanza fortunati da avere un lungo giardino, un po’ inclinato, nella parte posteriore. Giocavamo lì spesso, per gran parte era coperto di vegetazione e ci potevamo nascondere nei cespugli, arrampicare nell’immenso sicomoro che torreggiava sopra ogni cosa, e facilmente immaginare di imbarcarci verso una grande avventura in qualche selvaggia terra esotica.

Per quanto fosse divertente, ogni tanto i miei occhi si rivolgevano verso quella piccola finestra; ordinaria, piccola e innocua. Ma per me, quella sottile barriera era come uno specchio verso una sinistra e fredda cavità piena di terrore. E all’esterno, la rigogliosa vegetazione del nostro giardino e i volti sorridenti dei miei amici non riuscivano a spegnere quella strisciante sensazione che mi faceva rabbrividire la schiena e venire la pelle d’oca.

La sensazione di qualcosa in quella stanza, che mi osservava giocare, che aspettava la notte per quando sarei stato solo; avidamente piena di odio.

Potrà sembrarvi strano, ma quando i miei genitori mi fecero ritornare in quella stanza, non dissi nulla. Non protestai, non inventai nemmeno una scusa per spiegare perché non riuscivo a dormire lì. Semplicemente entrai nella camera col volto imbronciato, salii i pochi scalini per il letto superiore e poi aspettai. Se fossi stato adulto avrei raccontato a tutti della mia esperienza, ma perfino a quella giovane età mi sentivo piuttosto stupido a parlare di qualcosa di cui non avevo alcuna prova. Mentirei, comunque, se dicessi che questa era la ragione principale; sentivo ancora la sensazione che la cosa si sarebbe infuriata se ne avessi parlato.

È buffo come certe parole possano rimanere nascoste dalla tua mente, non importa quanto palesi e evidenti siano. Una parola mi venne in mente in quella seconda notte, mentre stavo sdraiato da solo nel buio, terrorizzato, consapevole di un disgustoso cambio nell’atmosfera; un appesantimento d’aria come se qualcuno si fosse spostato.

Quando sentii i primi spostamenti delle lenzuola del letto di sotto, l’aumento d’ansia accelerò il mio battito cardiaco nel realizzare che la cosa si trovava ancora lì, e quella parola, quella parola che avevo esiliato filtrò attraverso la mia coscienza, liberandosi da ogni repressione, senza fiato e gridando, pizzicando e incidendosi nella mia mente.

“Fantasma”.

Come mi venne alla mente quel pensiero, notai che i movimenti del mio sgradito ospite erano cessati. Le lenzuola giacevano calme e tranquille, ma i movimenti erano stati sostituiti da qualcosa di molto più spaventoso. Un lento, ritmico e raschiante respiro si sollevò, proveniente dalla cosa lì sotto. Potevo immaginare il suo petto alzarsi ed abbassarsi ad ogni misero, affannoso e confuso respiro. Rabbrividii, e sperai al di là di ogni speranza che mi lasciasse in pace, senza causare strani eventi.

La casa giaceva, come aveva fatto la notte precedente, in una spessa coltre di oscurità. Il silenzio dominava, su tutto, tranne che sul perverso respiro del mio, tuttora sconosciuto, compagno di letto. Restai fermo, terrorizzato. Volevo solamente che quella cosa se ne andasse, che mi lasciasse in pace.

Che cosa voleva?

Poi qualcosa di inconfondibile accadde: si mosse. Si mosse però in una maniera differente rispetto al solito. Quando si rigirò nel letto inferiore sembrava sfrenata, senza uno scopo, animalesca. Questo movimento, comunque, era consapevole, aveva uno scopo, un obiettivo. Quella cosa che stava nell’oscurità, quella cosa che sembrava intenzionata a terrorizzare un giovane bambino, sembrò mettersi a sedere con disinvoltura. Il suo respiro affannoso era ora diventato più forte, solo un materasso e qualche asse di legno separavano il mio corpo da quell’innaturale affanno.

Rimasi disteso, i miei occhi si riempirono di lacrime. Una paura che con le semplici parole non potrei descrivere né a te né a nessun altro scorreva nelle mie vene. Non avrei mai creduto che questa paura potesse accrescere ancora di più, ma quanto mi sbagliavo. Immaginai che aspetto avesse la cosa, seduta là che ascoltava da sotto il mio materasso, speranzosa di cogliere un minimo accenno del fatto che fossi sveglio. L’immaginazione si trasformò poi in inquietante realtà. La cosa iniziò a toccare le doghe di legno su cui il mio materasso poggiava. Sembrava accarezzarle con cura, mentre scorreva ciò che immagino fossero dita e mani su tutta la superficie del legno.

Dopodiché, con grande forza, puntò con rabbia tra due doghe, nel materasso. Anche attraverso l’imbottitura, sentivo come se qualcuno avesse conficcato violentemente le dita nel mio fianco. Lanciai un grande grido, e l’ansimante e agitata cosa che si muoveva da sotto il letto mi rispose facendo scuotere il letto a castello come la sera precedente. Piccole scaglie di vernice dalla parete si polverizzarono sulle mie lenzuola, mentre il telaio del letto raschiava contro il muro, avanti e indietro.

Ancora una volta venni inondato dalla luce, e in essa c’era mia madre, amorevole e premurosa com’era sempre stata, che con un confortevole abbraccio e tranquillizzanti parole sottomise la mia isteria. Naturalmente lei mi chiese cosa c’era che non andava, ma io non potevo rispondere, non osavo rispondere. Dissi semplicemente una parola, più e più volte.

“Incubo”.

Questo tipo di eventi continuarono per settimane, se non mesi. Notte dopo notte mi svegliavo al suono di lenzuola fruscianti. Ogni volta urlavo, per far in modo che la cosa non mi raggiungesse in tempo. Per ogni grido il letto iniziava a scuotere violentemente, fermandosi solo all’arrivo di mia madre, che trascorreva poi il resto della notte nel letto inferiore, apparentemente ignara della sinistra presenza che torturava il figlio ogni notte.

Per tutto il tempo riuscii a fingermi malato per diverse volte e venirmene fuori con ragioni meno che veritiere per poter dormire nel letto dei miei genitori, ma spesso mi ritrovavo comunque, per le prime ore della notte, da solo nella mia camera. La luce gettata all’interno dall’altra stanza non era di aiuto. Ero da solo con quella cosa.

Con il tempo si può diventare insensibili a qualsiasi cosa, non importa quanto orribile. Realizzai che, per qualunque ragione, questa cosa non potesse farmi del male se c’era mia madre. E sono sicuro che si sarebbe potuta dire la stessa cosa per mio padre, ma per quanto premuroso lui fosse, riuscire a svegliarlo era quasi impossibile.

Dopo qualche mese mi ero abituato al mio visitatore notturno. Non confondete ciò per dell’immonda amicizia, io detestavo quella cosa. Ancora la temevo fortemente, potevo percepire i suoi desideri e la sua personalità, se così si poteva chiamare; un concentrato di perverso e contorto odio, che ancora mi bramava.

Le mie più grandi paure vennero realizzate in inverno. I giorni si accorciarono, e le notti ora più lunghe fornivano a questa disgrazia ancora più opportunità. Era un periodo difficile per la mia famiglia. Mia nonna, un’incredibile dolce e gentile donna, aveva iniziato a peggiorare notevolmente dopo la morte di mio nonno. Mia madre stava facendo del suo meglio per mantenerla nella società il più possibile, tuttavia la demenza è una malattia crudele e degenerativa, che priva una persona dei propri ricordi giorno per giorno. Presto non riuscì più a riconoscere nessuno di noi, e divenne chiaro che avesse bisogno di essere trasferita in una casa di cura.

Prima del suo trasloco mia nonna visse delle nottate particolarmente difficili e mia madre decise che avrebbe dormito con lei. Per quanto io amassi mia nonna e per quanto io non provassi nulla se non angoscia per la sua malattia, al giorno d’oggi mi sento in colpa per il fatto che i miei primi pensieri non furono diretti a lei, ma a ciò che il mio visitatore notturno avrebbe potuto fare se fosse venuto a conoscenza dell’assenza di mia madre; la sua presenza era l’unica certa che mi avrebbe protetto da tutto l’orrore di quella cosa.

Mi precipitai a casa da scuola quel giorno, e immediatamente iniziai a strappare le lenzuola e il materasso del letto inferiore, rimuovendo ogni singola doga e piazzandoci una vecchia scrivania, una cassettiera e alcune sedie, che tenevamo in una specie di armadio. Dissi a mio padre che stavo “costruendo un ufficio”, e lui lo trovò adorabile, ma per nulla al mondo avrei dato a quella cosa lo spazio per dormire un’altra notte ancora.

Mentre l’oscurità si avvicinava stavo disteso consapevole che mia madre non fosse in casa. Non sapevo cosa fare. Il mio impulso fu quello di frugare nel suo porta gioielli e prendere un piccolo crocifisso, che avevo già visto una volta. Anche se la mia famiglia non era molto religiosa, a quell’età credevo ancora in Dio a sperai che, in qualche modo, questo potesse proteggermi. Nonostante la paura e l’ansia, mentre stringevo forte il crocifisso sotto il mio cuscino con la mano, il sonno alla fine arrivò e venni trasportato nei sogni, senza incidenti. Sfortunatamente, quella notte fu la più terrificante di tutte.

Mi ridestai a poco a poco. La stanza era, ancora una volta, buia. Quando i miei occhi si abituarono, potei lentamente riconoscere la finestra e la porta, e i muri, alcuni giocattoli su uno scaffale e… perfino oggi mi vengono i brividi a pensarci; non c’era alcun rumore. Nessun fruscio di lenzuola. Nessun movimento. La stanza era senza vita. Senza vita, ma non vuota.

Il visitatore notturno, quella cosa sgradita, ansimante e piena d’odio che mi aveva terrorizzato notte dopo notte, non era nella cuccetta inferiore, era nel mio letto! Spalancai la bocca per urlare, ma non venne fuori nulla. Il terrore assoluto aveva scosso il suono della mia voce. Rimasi immobile. Se non potevo urlare, non volevo nemmeno far sapere alla cosa che ero sveglio.

Non l’avevo ancora vista, ma la potevo sentire. Era oscurata dalla mia coperta. Potevo vedere il suo profilo, e potevo percepire la sua presenza, ma non osai guardare. Il suo peso che mi pressava, una sensazione che non dimenticherò mai. Quando dico che passarono ore, non esagero. Disteso immobile, nel buio, ero semplicemente un ragazzino terrorizzato a morte.

Se fosse accaduto durante i mesi estivi ci sarebbe stata la luce in quel momento, ma l’inverno era lungo ed inesorabile, e sapevo che sarebbero passate diverse ore prima del sorgere del sole; un’alba a cui anelavo. Ero un bambino paziente per natura, ma raggiunsi il punto di rottura, il momento in cui non riuscivo più ad aspettare, il punto in cui non volevo sopravvivere in quell’abominio un istante in più.

La paura può a volte farti sfinire, deteriorarti, consumarti lasciando solo la minima traccia di te dietro di sé. Dovevo assolutamente scendere da quel letto! Poi ricordai, il crocifisso! La mia mano stava ancora sotto il cuscino, ma era vuota! Lentamente, ruotai il polso per cercarlo, minimizzando al meglio ogni suono o vibrazione che causavo, ma non riuscii a trovarlo. Potevo addirittura averlo fatto cadere dal materasso, o poteva… essermi stato strappato via mentre dormivo.

Senza il crocifisso persi ogni briciolo di speranza. Anche in così giovane età si può essere profondamente consapevoli di cosa sia la morte, ed esserne intensamente spaventati. Sapevo bene che sarei morto in quel letto se fossi rimasto disteso lì, fingendo di dormire, passivo, senza fare nulla. Dovevo abbandonare quella stanza, ma come? Avrei dovuto balzare giù dal letto e sperare di farcela a raggiungere la porta? Ma se la cosa fosse stata più veloce di me? O sarei dovuto scivolare fuori lentamente, sperando di non disturbare il mio inquietante compagno di letto?

Realizzando che la cosa non si era mossa mentre mi muovevo prima, alla ricerca del crocifisso, iniziai ad avere i pensieri più strampalati.

E se stesse dormendo?

Da quando mi ero svegliato, non aveva “respirato” molto. Forse si stava riposando, credendo di avermi ormai in pugno. O forse si prendeva gioco di me, dopo tutto ciò che mi aveva fatto in quelle innumerevoli notti e ora, con me sotto di lei, bloccato sul materasso senza mia madre a proteggermi, si stava trattenendo. Come un animale selvaggio che assapora la sua preda.

Cercai di respirare il meno profondamente possibile e, raccogliendo ogni grammo di coraggio che avevo, sollevai lentamente la mano destra ed iniziai a scostare le lenzuola. Ciò che trovai sotto di esse mi fece saltare un battito. Non la vedevo, ma quando la mano mosse la coperta, quest’ultima sfregò contro qualcosa. Qualcosa di liscio e freddo. Qualcosa che sembrava, inequivocabilmente, una mano scheletrica.

Trattenni il respiro dalla paura, certo oramai che quella cosa avesse capito che mi fossi svegliato.

Nulla.

Non si mosse; sembrava morta. Dopo qualche istante posai, con attenzione, la mia mano più in là fra le coperte e tastai quello che sembrava un sottile avambraccio; la mia fiducia e il mio contorto senso di curiosità crebbero, mentre annaspavo con le dita più in là, verso una grande e sproporzionato bicipite. Il braccio era disteso verso il petto, con la mano poggiata alla mia spalla come se mi avesse afferrato durante la notte. Realizzai che avrei dovuto spostare quel cadaverico arto se volevo sfuggire alla sua presa come tanto speravo.

Per qualche ragione, la sensazione delle vesti stracciate e logore dell’intruso notturno che mi carezzava la spalla mi fece desistere. La paura, ancora una volta, mi crebbe nello stomaco e nel petto, mentre ritraevo la mano con disgusto dopo aver sfiorato dei capelli grassi ed arruffati.

Non riuscii a spingermi oltre per toccare il volto, ma nonostante ciò mi chiedo ancora oggi che aspetto avesse avuto.

Diavolo, si era mossa.

Si era mossa. Nonostante l’apparente magrezza la presa sulla mia spalla e sul mio corpo si rafforzò. Non vi furono lacrime, ma cavolo se volevo piangere. La sua mano e il suo braccio si avvinghiarono attorno a me, mentre la mia gamba destra strusciò contro il muro gelido cui il letto poggiava da un lato. Di tutto ciò che poteva accadermi in quella stanza, questa fu la più strana. Realizzai che quella rancida cosa che traeva così tanto piacere nel violare il letto di un giovane bambino, non era del tutto sopra di me. Essa si sporgeva dalla parete, come un ragno che esce dalla sua tana.

Improvvisamente la sua presa si allentò leggermente, per poi stringersi di più, tirò e strappò i miei vestiti, sembrava come spaventata dal fatto che quella sua opportunità sarebbe ben presto svanita. Lottai contro di essa, ma il suo scheletrico braccio era troppo forte per me. La sua testa si sollevò contorcendosi sotto le lenzuola. Solo allora realizzai dove mi stava portando, nel muro! Vendetti cara la pelle, piansi ed inaspettatamente la voce ritornò mi ritornò, urlai, gridai, ma nessuno arrivo a salvarmi.

Poi capii perché la cosa era così ansiosa di colpirmi in quel momento, perché doveva avermi subito. Dalla finestra, quella finestra che sembrava rappresentare la malignità dell’esterno, giungevano i primi raggi di sole. Combattei ulteriormente, consapevole che se avessi resistito, la cosa se ne sarebbe presto andata. Lottai con tutte le mie forze, mentre quell’immondo parassita si spostò, lentamente spingendosi sul mio petto; la sua testa sbucava da sotto le coperte, ansimando, tossendo, annaspando. Non ricordo i suoi lineamenti. Ricordo semplicemente il fiato contro la mia faccia, sudicio e freddo come ghiaccio. Quando il sole sbucò all’orizzonte quell’oscuro luogo, quella soffocante e disprezzata stanza venne lavata, inondata dalla luce.

Svenni, mentre le sue magre dita mi cingevano il collo, stringendosi in un abbraccio di morte.

Mi svegliai all’offerta di mio padre di prepararmi la colazione, uno spettacolo davvero gradito! Ero sopravvissuto alla più orribile esperienza della mia vita. Allontanai il letto dal muro, lasciando i mobili al loro posto, quelli che servivano ad evitare che l’essere potesse prendere possesso del letto inferiore. Non avrei mai pensato che avrebbe cercato di prendere il letto superiore… e me con esso.

Le settimane successive passarono senza incidenti, ma in una fredda e gelida notte mi svegliai al suono dei mobili, dove si trovava prima il letto a castello, che venivano scossi violentemente. In un attimo passò tutto, rimasi disteso sicuro di udire un distante e affannoso respiro che proveniva dall’interno del muro, che si dissolse poi pian piano in lontananza.

Non ho mai raccontato a nessuno questa storia. Fino ad oggi sudo freddo al suono di lenzuola fruscianti nella notte, o al rantolo causato da un comune raffreddore, e di certo non dormo più col letto poggiato al muro. Chiamatela superstizione, se volete, ma non credo assolutamente si fosse trattato di paralisi del sonno, allucinazioni, o addirittura fervida immaginazione, ma posso dirvi questo: l’anno successivo mi venne data una stanza più grande dell’altro lato della casa e i miei genitori si trasferirono in quella strana, soffocante camera. Dissero che non avevano bisogno di una stanza eccessivamente grande, bastava lo spazio per un letto e poco più.

Resistettero dieci giorni. Ci trasferimmo all’undicesimo.

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