Michael è deciso a relegare gli incubi della sua infanzia a semplice frutto dell’immaginazione. E per farlo è disposto a tornare, da adulto, nella casa degli orrori.

Terza parte della serie creepypasta Bedtime (che sono contento stiate apprezzando molto) scritta da Michael Whitehouse. In questo capitolo il nostro protagonista torna nella casa natale per dissipare le paure dell’infanzia, senza sapere che qualcosa di orrendo tornerà indietro con lui.



Trovate il primo capitolo qui ed il secondo qui, sempre su Bottega Mistero.

Buona lettura.

Bedtime III – Le mie paure si realizzano

Alcuni giorni fa ho postato due resoconti spaventosi della mia infanzia, forse sarebbe meglio che li leggiate per comprendere appieno ciò che mi è accaduto. Sono stato costretto al silenzio, bloccato dall’irrazionale paura che in qualche modo, pur essendo passati diversi anni, se posso dirlo, quelle cose mi avrebbero cercato ancora una volta per devastare la mia vita.

In nome della scienza e della ragione, ho affrontato queste paure e vinto quei ricordi tormentati una volta per tutte, condividendoli con altri e dimostrando cosa credevo che fossero: le allucinazioni di un ragazzo problematico. Ho mantenuto il mio scetticismo e la mia razionalità per tutta la vita, ho lasciato che determinassero la persona che sono, ma questa mattina misi è presentata una nuova, tangibile, prova degli eventi passati. La prova di ciò che non so, ma che non può essere ignorato. I giorni susseguenti all’aver finalmente aperto le mie memorie a voi, fomentate da sfortuna e timori, fanno sì che io non riesca a ragionare con piena lucidità.

Condividendo quelle esperienze traumatiche che ho avuto da bambino, sono stato afflitto da un opprimente senso di disagio. Inizialmente lo attribuii alla paura legata al rivivere quegli orribili momenti, ma col passare dei giorni l’ho sentito sempre più pressante; una sensazione di morte imminente ha consumato ogni mio pensiero.

Pur riuscendo a prendere sonno non riuscivo a riposare bene. Ogni giorno mi svegliavo con l’ansia a mille, come se fossi stato privato del sonno da anni. All’inizio non è successo niente di realmente spaventoso, nessuna visita, nessun compagno di letto sgradito, nessun respiro proveniente dal profondo dei muri della mia stanza, ma avevo sempre quella sensazione visceralmente familiare di non essere solo.

Non fraintendetemi, non percepivo nessun’altro nella stanza. Non ho udito, odorato, o semplicemente avvertito niente di anche solo lontanamente sovrannaturale, ma durante i giorni e le notti ho percepito qualcosa di sottile, quasi ai limiti della mia consapevolezza. La sensazione che qualcosa stesse arrivando, come le prime sbuffate d’aria stagnante dal tunnel di una metropolitana annunciano l’arrivo di una mostruosità instabile e inarrestabile; sorprendente, ma prevedibile.

Il disagio cresceva ogni giorno sempre più, facendomisi strada sotto la pelle, nelle profondità della mente come un’infezione cancerosa. Ho provato a concentrare la mia attenzione su diversi progetti di scrittura, in un vano tentativo di riempire la mente con altri pensieri, cercando invano di non lasciare spazio a quei ricordi contaminati, che alla fine si ripresentavano.

L’ansia continuò a salire finché non riuscii più a pensare ad altro. Dovevo fare qualcosa! Avevo studiato Psicologia per anni all’università, e sapevo che l’ansia era spesso il risultato di una perdita di controllo e che uno dei modi più efficaci per combatterla è quello di migliorare sé stessi; era quello che intendevo fare. Chiamatelo essere temerari, ma stavo per tornare in quel posto, la casa in cui quei terribili eventi hanno avuto luogo. Stavo per affrontare quei ricordi e dimostrare ciò che erano, ovvero semplici scherzi dell’immaginazione.

La mia vecchia casa distava solo un’ora di macchina, ed ero esaltato al solo pensiero. Ero fiducioso, a mio agio, felice; pienamente cosciente della situazione e nulla mi avrebbe fermato dal dimostrare che il luogo che avevo temuto per tutta una vita non era altro che una comune, banale, innocua casetta di periferia.

Percorrendo allegramente prima le strade di campagna, per poi finire in autostrada, arrivai finalmente in città. A poco a poco le strade iniziarono ad assumere un aspetto familiare. I ricordi di quando giocavo in quel quartiere mi travolsero; un parco giochi con il mio scivolo preferito, un campo polveroso dove eravamo soliti tirare due calci ad una palla, il cortile della mia scuola in cui giocavo a nascondino e amicizie da tempo finite, ma mai dimenticate.

La mente vagava tra i ricordi, come un figliol prodigo che ritorna a casa; andai avanti per così a lungo che, prima che potessi realizzarlo, stavo percorrendo la via in cui vivevo una volta. La strada era lunga e scompariva in lontananza, per poi finalmente terminare in un netto vicolo cieco. Era un vecchio quartiere, ed era stato progettato e costruito molto tempo prima dell’avvento delle auto; si capiva delle strade strette, che creavano una strana sensazione di claustrofobia, come se le case su entrambi i lati si levassero sbirciando i passanti dall’alto.

Rallentai e gettai lo sguardo su una casa appena sorpassata. Era un luogo omogeneo, nessuna casa spiccava sulle altre. Il mio cuore improvvisamente iniziò a battere più velocemente mentre un brivido percorse la mia spina dorsale; eccola lì, ecco la casa! Era tardo pomeriggio e la strada era silenziosa, quasi deserta. Fissai quel piccolo posto chiedendomi come potesse una casa così ordinaria instillare in me tanta paura.

Inizialmente la mia intenzione era quella di guardare la casa da lontano, confermandomi così che si trattasse di qualcosa di concreto, che tutto poteva avere una spiegazione e rimuovendo così dalla mia mente tutto ciò che poteva sembrarmi alieno. Ma, nel momento in cui parcheggiai, feci un profondo respiro e prima che potessi essermene reso conto ero fuori dalla mia auto, a camminare verso la vecchia porta metallica, le cui forme floreali una volta luminose erano ora oscurate dal passare del tempo, rivelando nulla di più che la ruggine sottostante. Feci scivolare le dita sulla superficie irregolare e con un piccolo sussulto la spinsi fino ad aprirla.

Camminando lungo il viale, rimasi scioccato da quanto fosse rimasto abbandonato a sé stesso il giardino. Pensai tra me e me che fosse un peccato, considerato il bel prato che era una volta; ormai era stato oscurato da un fitto mosaico di erbacce e di altre piante infestanti ma, avvicinandomi alla casa, capii il perché. Ancora una volta un brivido si insinuò in me e mentre l’ansia cresceva feci appello al mio mantra razionale:

“La spiegazione più semplice è solitamente quella corretta”.

Pensai quindi che a causa della situazione economica attuale la casa fosse in vendita già da un po’ e che il proprietario non fosse a conoscenza del fatto che la prima impressione conta molto, se vuoi vendere una casa. Guardandomi intorno non riuscii a scorgere nessun cartello con su scritto “In vendita”, né qualche segno che la casa fosse abitata. Sembrava davvero che l’abitazione fosse stata dimenticata, abbandonata e lasciata a marcire.

Le finestre della parte frontale della casa erano sporche ed era quasi impossibile vederci attraverso, ma mentre vagavo dietro all’edificio potei scrutare più chiaramente l’interno. Immaginavo che una casa in simili condizioni fosse vuota ma, al contrario, era interamente occupata da orpelli moderni. Riuscii a scorgere una televisione posizionata in un angolo del salotto, un tavolino con su delle riviste gettate alla rinfusa, diversi mobili che sembravano in buone condizioni ed un paio di tazzine da caffè sul davanzale della finestra, ricoperto di muffa. Avrei facilmente potuto immaginare che la casa fosse abitata, se non fosse stato che uno spesso strato di polvere ricopriva tutto, accompagnato occasionalmente da delle ragnatele.

Sembrava come se gli occupanti più recenti avessero lasciato di tutta fretta la casa, per non ritornarvi più.

Attraversando un mare di erba che mi arrivava alla vita e diversi cespugli arrivai a quella piccola e innocua finestra sul retro della casa. La sola vista di essa mi spaventò, ma questo era dovuto a un ricordo e non alla sensazione di essere osservato da dentro, come mi capitava da bambino. Sbirciandovi, la camera mi sembrava stranamente familiare. Suppongo che non ci sia molto da cambiare in una stanza così piccola e così inusualmente stretta, ma attraverso il vetro sporco la camera sembrava quasi essere rimasta la stessa dall’ultima volta che ci avevo dormito. Un letto, una serie di cassetti e quello che sembrava un assortimento di giocattoli sul pavimento.

Un profondo senso di rabbia mi pervase per un momento, ma andò presto via dalla mia mente. La stanza era chiaramente quella di un bambino e il pensiero che fosse stato danneggiato un altro innocente mi riempiva di disprezzo solo a pensarci, e dentro di me cresceva il desiderio che nessun bambino avrebbe più dovuto soffrire quello che avevo passato io.

Mentre guardavo quel muro, vicino al quale c’era un letto, i peli dietro al mio collo si rizzarono. Per un attimo (neanche una frazione di secondo) pensai di aver visto qualcosa muoversi sopra al letto. Ma c’è di più, attraverso il vetro di quella finestra avrei giurato di aver sentito un rantolo affannoso. Chiudendo gli occhi fermamente, mi ripetei un incoraggiante pensiero razionale:

“La scienza non deve nulla alla fantasia”.

Aprii gli occhi e non vidi altro che una camera da letto vuota. Non vi erano spiriti immondi, né creature ultraterrene; solo una camera, niente di più, niente di meno. Tirai un sospiro di sollievo, come se tutto fosse finalmente in armonia con il resto del mondo dopo molti giorni. Potreste pensare che fosse un misero pensiero per auto convincermi, ma sinceramente sentii di avermi dimostrato che non c’era nulla da temere, se non i frutti di un’immaginazione troppo zelante.

Stava cominciando a farsi tardi e avrei voluto tornare a casa prima che diventasse buio. Rinvigorito nello spirito, ora che le mie ultime ansie mi avevano abbandonato, c’era un’ultima cosa da fare. Quando lasciammo la casa lo facemmo in gran fretta. In quanto bambino mi disorientò parecchio, ed era spaventoso lasciarmi dietro tutto ciò che mi era stato familiare fino a quel momento, e da allora c’era un’ultima cosa che avevo lasciato in sospeso.

In fondo al giardino c’era un albero di sicomoro che sembrava essere più antico della casa stessa. Rimasi stupito da quanto fosse rimasto quasi identico a decine di anni prima. Io ero cresciuto, avevo conosciuto nuovi posti, ma il vecchio sicomoro era ancora lì in piedi, vecchio, accogliente, quasi amichevole nel suo aspetto.

Penso che faccia parte della vita di ogni bambino avere un posto in cui nascondere le proprie cose. È spesso la prima esperienza con l’autonomia, qualcosa che rimane lontano da ogni figura autoritaria. Il mio “nascondiglio” si trovava a metà altezza del vecchio sicomoro. Sono sicuro di essere sembrato uno sciocco, ma mi arrampicai felicemente e allegramente all’albero. L’arborescenza dei rami era cambiata in alcuni punti, ma nel complesso i ricordi felici di mentre giocavo tra le braccia del vecchio sicomoro, di avere un piccolo pezzo di mondo lontano da tutto il resto, sembravano vividi, tanto quanto era notevole il fatto che non fosse cambiato nel tempo.

A metà strada presi un lungo respiro e sorrisi a me stesso. Al centro del tronco c’era una cavità. Che sia stata fatta da un animale o che fosse la base di un ramo indebolito caduto tempo addietro a seguito di una tempesta, non lo posso dire con certezza, ma era lì che custodivo le mie cose. Se trovavo qualcosa che gli altri avrebbero ritenuto “inadeguato”, finiva dritta nel buco. La verità è, però, che la maggior parte del materiale all’interno non era poi così interessante, perlopiù erano giocattoli e raramente pezzi davvero esotici, come una fionda o alcuni fumogeni. Non avevo motivo per nascondere i giocattoli, ma quando si è giovani ci si sente avventurosi nel custodire un segreto.

Il buco era buio e riempito con foglie marce, senza dubbio depositatesi lì da innumerevoli autunni, tuttavia riuscii a raggiungere l’interno per vedere cosa fosse rimasto. Non ci potevo credere! Avevo trovato un giocattolo che avevo nascosto prima del trasloco! Percepivo la plastica al tatto, gli spigoli inconfondibili, ma le foglie e il buio della cavità lo nascondevano alla mia vista e lottai per rimuoverlo dallo spesso e umido mucchio di foglie marce e acqua piovana. Sembrava essere rimasto incastrato in un insieme di piccoli ramoscelli.

La ragione per cui ero così emozionato era che sapevo che quando ci eravamo trasferiti avevo lasciato uno dei miei giocattoli preferiti nella vecchia casa, un piccolo soldato inglese di plastica della prima guerra mondiale. Può sembrare poco, ma sono cresciuto con le storie delle avventure di mio nonno durante le grandi guerre, e poiché lui era morto prima che io nascessi, mi divertivo a ricreare delle versioni esagerate di queste storie con questo piccolo soldatino eroe: il mio intrepido nonno. Ai tempi, credevo che un buco nell’albero fosse un nascondiglio perfetto per un soldato.

La mia gioia, però, si trasformò ben presto in orrore. Mi sentii male poiché, mentre credevo di star tirando fuori il soldato, mi resi conto che quello non era il mio giocattolo, bensì qualcosa di totalmente diverso. Dalla parte più profonda della cavità, in mezzo alla fanghiglia, avevo tirato fuori i resti scheletrici di un piccolo animale. Le ossa scricchiolarono alla presa, mentre piccoli residui di pelo e carne putrefatta mi si appiccicarono alle dita. Persi quasi l’equilibrio nel momento in cui il forte odore di cadavere uscì dalla cavità, confondendo i miei sensi.

Scesi con attenzione, avvilito. Non c’era nient’altro nella cavità, il mio giocattolo era sparito, probabilmente preso da un altro bambino nel corso degli anni successivi. Ciò che restava del povero animale lo seppellii sotto la morbida terra del giardino.

Lasciai quel posto immediatamente.

Nonostante il mio sfortunato evento con l’albero, mi sentivo più forte. Il fatto che avessi avuto il coraggio di rivisitare quel posto, per vedere quanto reale fosse, mi fece riguadagnare il controllo delle mie facoltà. In quel momento non sentivo la necessità di altro se non spiegazioni puramente razionali.

Dissi addio al vecchio quartiere, e a quel brutto ricordo, una volta per tutte e mi diressi verso casa. Bastò il tempo di raggiungere l’autostrada, che qualcosa si insinuò nel mio subconscio. Dapprima lo ignorai, ma nel momento in cui il sole lasciava risplendere i suoi ultimi raggi all’orizzonte, sentii crescere in me un bisogno. Un’idea che sembrava essere nata e nutrita da nessun buon motivo. Nessuna logica, era una di quelle cose che devono essere portate a termine, a tutti i costi…

Devo tornare a casa!

Aumentai la velocità, cercando di sorpassare le vetture più lente in autostrada, guardando nello specchietto retrovisore, come a cercare qualcosa che mi stesse inseguendo.

Devo tornare a casa!

Accelerai ancora di più per seminare l’invisibile inseguitore. Spingevo sempre di più sul pedale, 110, 130, 160 chilometri all’ora! Attraversai la strada all’impazzata, suonai, urlai e il sudore grondava. Cosa mi stava succedendo?!

Per favore, lasciami tornare a casa!

Con le nocche ormai sbiancate abbandonai finalmente l’autostrada per raggiungere le strade di campagna che mi avrebbero riportato a casa, la mia casa attuale. Le strade erano strette e avvolte dalla campagna ora cupa e minacciosa. L’oscurità sembrava ricoprire la via davanti a me. Accessi gli abbaglianti e tirai un sospiro di sollievo nel vedere ancora la luce, seppur artificiale. L’ansia maniacale che sembrava essersi impossessata di me in autostrada pareva essere diminuita, tuttavia continuai a dare occhiate allo specchietto retrovisore più spesso di quanto avrei dovuto, solo per essere sicuro che nulla mi stesse seguendo.

Che pensiero ridicolo! Pensare che qualcosa stesse seguendo la mia auto! Mettere me ed altri in pericolo accelerando in autostrada… Follia!

Ma comunque, follia o meno, sentivo il bisogno di allontanarmi il più velocemente possibile ed anche se ero riuscito a calmarmi la solitudine sulla strada era alimentata dalla nostalgia per il mio paese, la mia strada, il mio letto!

Nervosamente, attraversai le strade tortuose che percorrevano la campagna, avvertendo un senso di sollievo nel vedere un lampione, segno di civiltà, ai confini della mia città. Arrivai a casa, spensi il motore e rimasi seduto in silenzio. Dovevo finirla con tutti questa insensatezza! Cose che escono dai muri, osservatori che mi soffocano la notte, guardare attraverso la finestra di qualcuno come un ladro, tutto ciò era follia pura!

Al mattino avrei ricominciato da zero, niente più racconti delle mie esperienze d’infanzia, niente più notti piene di terrore. Volevo solo tornare alla normalità, svolgere il mio lavoro, passare del tempo con la mia ragazza e soprattutto ribadire la mia convinzione, fede e fiducia nella scienza e nella razionalità.

Poi la cosa sul sedile posteriore si piegò, mi afferrò una spalla ed emanò un respiro schifoso, rancido, che ribollì dalle profondità dei suoi polmoni sino al mio collo.

Cercai di aprire la portiera, le braccia si agitarono in cerca della maniglia. La paura mi possedeva; una paura che ricordavo fin troppo bene, una paura di tanti anni prima, che giaceva di notte in quella stanza nauseante. L’interno dell’auto diventò sempre più freddo, ma non era nulla in confronto alle gelide dita che scavavano nella mia spalla.

Sinceramente, pensai di stare per morire, che questa creatura avrebbe finalmente raggiunto il suo scopo dopo tutti quegli anni.

Riuscii ad afferrare la maniglia della portiera e preso dal panico caddi fuori dal posto di guida, sul marciapiede. Per un brevissimo istante pensai di aver intravisto qualcosa sul sedile posteriore; vago, dalla forma di un vecchio, con un contorto e distorto sorriso che andava da orecchio a orecchio. Per fortuna non c’era nessuno in giro, se ci fosse stato mi avrebbe preso per pazzo, dal momento che la macchina era vuota. Afferrai le chiavi e chiusi lo sportello con un calcio.

Barcollai lungo il vialetto di casa mia. Non ho intenzione di mentirvi, ma mi sono ubriacato per riuscire a dormine, la scorsa notte. Vi ricorderete certamente che all’inizio vi ho scritto di avere una prova tangibile di qualcosa di innaturale. Vi chiederete cosa possa essere. Beh, potrei dirvi che si tratta dei segni impressimi nella carne della spalla, o i segni d’artiglio lasciati sulla finestra ritrovata aperta .

Ma no, è stata una delle cose che ho visto stamane.

A volte i più spaventosi dei messaggi sono i più semplici, perché sul mio petto, al risveglio, giaceva un soldato giocattolo, il soldato che avevo nascosto in quella cavità tanti anni fa; ritornato a me da adulto, strappato a metà da un morso.