Michael convive da anni con un’entità grottesca, che più volte ha tentato di strapparlo alla vita; stanotte però non è venuto per lui, ma per la donna che ama. Riuscirà Michael a strapparla dalle grinfie dell’immonda creatura?

Bedtime – Parte IV – L’orrore sta arrivando è il quarto capitolo della serie creepypasta Bedtime di Michael Whitehouse. Trovate sempre qui su Bottega Mistero i precedenti capitoli L’ora di dormire, Conseguenze e Le mie paure si realizzano.



Buona lettura.

Bedtime – Parte IV – L’orrore sta arrivando

La scorsa notte è stata la più straziante e spaventosa della mia vita, tanto che riesco a malapena a crederci.

Vi ho già spiegato cos’è accaduto durante la mia visita a quel luogo maledetto che una volta chiamavo casa; una visita che ha segnato il ritorno delle mie paure d’infanzia. Ma per quanto potessi essermi spaventato, nulla avrebbe potuto prepararmi a ciò che stava per accadere quella stessa notte.

Dopo essermi risvegliato alla vista di quell’agghiacciante soldato giocattolo, morso a metà, ho scoperto che la finestra della mia camera da letto era socchiusa. Osservando meglio, sembrava forzata dall’esterno. Il chiavistello era piegato all’indietro, fuori dalla sua normale posizione, come se fosse stato sottoposto a una forza bruta inarrestabile.

Si notavano tre lesioni sul muro esterno causate certamente dal mio ospite, che aveva usato chissà che diavoleria per far saltare la finestra. I segni lasciati sul telaio erano strani, come incisi con un vecchio rasoio arrugginito, più che lasciati da una spranga o un piede di porco, i classici strumenti che ti aspetteresti da uno scassinatore.

Non mi era stato rubato nulla e cercai di razionalizzare i segni sulla finestra convincendomi che fossero stati fatti da un uomo, e non da “artigli” come sembrava che fosse. La scoperta del soldatino è stata troppo improvvisa per ragionarci su lucidamente. Per adesso non voglio pensarci.

Sapevo che era un messaggio, ma sembrava essere più uno scherzo contorto, che annunciava l’arrivo del mio predatore d’infanzia, piuttosto che qualcosa che dovesse essere risolto o interpretato.

Trascorsi la mattina controllando ogni stanza della casa e ciò che v’era all’interno; tutto in ordine. Potevo solo sperare che qualsiasi cosa ci fosse sul sedile posteriore della mia auto la notte precedente avesse solo voluto spaventarmi un’ultima volta, per poi lasciarmi in pace definitivamente.

Forse la probabilità di finire nelle sue grinfie era minore, ora che ero lontano dal mio letto d’infanzia.

È fin troppo facile per qualsiasi persona sana di mente persuadersi che un evento traumatico sia qualcosa più che benigno, ma in questi casi non riuscii a pensarla ugualmente; quel giocattolo rotto non era un semplice scherzo, ma una promessa. Una promessa che sarebbe tornato, per qualcosa che non desideravo sapere.

I miei pensieri naturalmente ricaddero nuovamente a quelle notti terrificanti. Mi era tornata la paura di andare a dormire, la smania che facesse giorno e l’ansia che calasse la notte. Come un vecchio ed implacabile nemico il mio terrore crebbe, purulento dentro di me, lasciandomi a pensieri strani e inquietanti circa le conseguenze dell’aver portato involontariamente quella cosa nella mia nuova dimora.

Non fraintendetemi, non temevo semplicemente per la mia incolumità. Da bambino ero certo che il mio visitatore notturno mi bramasse, ma non sentivo che i miei cari fossero in pericolo. Ciò, tuttavia, era cambiato. Mi preoccupai. Questa volta ero terrorizzato perché, vedete, ho una coinquilina.

La mia ragazza e io viviamo insieme da più di due anni. Ho causato già abbastanza danni, non vorrei chiamarla con il suo vero nome, quindi mi riferirò a lei come “Mary”. Mary e io abbiamo vissuto un’esistenza felice e, di fatto, eravamo molto innamorati. La mattina di Natale di quest’anno avevo intenzione di propormi, ma quel bel momento mi è stato ora amaramente portato via da questo abominio rancido.

Sapevo che Mary sarebbe stata a casa quella sera. Per lavoro gestisce eventi e promozioni, di conseguenza è spesso lontana da casa per giorni, in giro per il paese a coordinare conferenze ed esibizioni. Non me ne lamento, sia io che lei siamo persone solitarie e qualche giorno da solo con me stesso non mi fa che bene, dal momento che mi permettono di tuffarmi a capofitto nella scrittura.

Nonostante questo avverto sempre la sua mancanza, e per via degli eventi della scorsa settimana, rivivendo quelle notti tormentate e quindi permettendo loro di tornare, mi mancò ancora più di quanto avesse mai fatto prima.

Arrivò attorno alle 18:00 e la salutai con un sorriso, un caldo abbraccio e un bacio appassionato. Cercai di nasconderle la mia angoscia, ma Mary mi conosce meglio di chiunque altro e subito mi chiese:

“C’è qualcosa che non va?”

Biascicai e farfugliai, mentre le spiegavo che avevo scritto una storia della mia infanzia e che riesplorare quei ricordi oscuri e contorti mi aveva lasciato sconvolto. Mary ha una natura incredibilmente premurosa e subito fece cadere la valigia e le borse sul pavimento, mi fece sedere sul divano e con il suo modo dolce e gentile mi chiese di spiegarle meglio tutta la faccenda.

Ma non potevo.

Non potevo parlare di questa cosa, questo mostro ora aveva trovato la strada per raggiungere casa nostra; un invasore invisibile e contorto che era stato guidato lì dalla mia stupida curiosità! In quel momento mi sentii come se lei pensasse che fossi pazzo, ma ora vorrei averle raccontato la verità!

Se c’è qualcosa di più dannoso per un rapporto di una bugia è una mezza verità. Non perché sia ingannevole, ma perché è una corruzione della verità, perversa ed abusata per soddisfare le esigenze di colui che la dice.

Le ho detto la mia mezza verità.

Le ho raccontato la mia storia, della cosa che stava ad osservarmi ai piedi del letto, ma dove la verità si è conclusa la menzogna è iniziata. Ho volutamente e subdolamente detto che si era trattato ovviamente solo della mia immaginazione da bambino, e trascurai di parlarle delle mie esperienze riguardo al ritorno di quegli eventi disgustosi. Sapendo che avrebbe visto la finestra danneggiata dai segni di artigli ho allargato la mia tela di bugie dicendole che un ladro aveva tentato nottetempo di infilarsi in casa e che ero riuscito in qualche modo a farlo scappare via.

Ero un eroe. Le ho mentito, e lei ha dimostrato grande empatia e gentilezza al mio inganno.

Ero imbarazzato dalla verità, allora, e mi vergogno della bugia ora. Se fossi stato sincero avremmo potuto affrontare questa minaccia insieme, invece quella cosa sfruttò la mia disonestà per mettere un ostacolo tra di noi.

Gli eventi di ieri sera hanno profanato la cosa più importante al mondo per me.

La notte è arrivata in tutta la sua desolazione, e non era gradita. Mi sdraiai al buio, aspettando. Mary era profondamente addormentata al mio fianco, ogni respiro era un calmante ricordo della sua compagnia, ma nonostante la mia crescente avversione alla solitudine non avrei dormito quella notte. Sapevo per esperienza che quando il mio ospite indesiderato si sarebbe fatto avanti, l’avrebbe fatto subdolamente, aumentando in me il terrore a ogni visita, come se costruire la sua forza richiedesse tempo; una sanguisuga che si nutre della mia paura per alimentarsi.

L’alta tensione che si era creata in me aveva respinto il sonno. Alla fine però la biologia vinse e nel momento in cui il mio orologio sul comodino segnava le 4:00 mi addormentai; la rilassante coperta d’oblio notturno, l’ansia spazzata via, le mie preoccupazioni erano ormai un lontano ricordo, che affondavano nel soffice materasso sotto di me e, finalmente, mi lasciai andare ad un lungo ed anelato riposo.

Nel sonno, non importa quanto sia profondo, raramente si avverte l’ambiente circostante. Mentre mi trovavo nel bel mezzo di un sogno, qualcosa iniziò a infastidirmi. Qualcosa di perturbante, ma distante. Aprii lentamente gli occhi e permisi loro di abituarsi al buio.

Mary giaceva profondamente addormentata e mi calmai ascoltando il suo respiro nella notte. L’inalare era seguito dall’esalare, ancora e ancora, costante, ipnotico; ricaddi nel sonno.

No. C’era qualcos’altro, distinto ma indefinibile.

Era distante, fuori dalla mia portata, quasi oscurato o soffocato, come se fosse proveniente da… dietro qualcosa. Tesi le orecchie nel tentativo di definirlo, ma era tutto troppo tranquillo. Rimasi a letto diversi minuti, ma ogni secondo che passava quel suono, quasi impercettibile, mi graffiava, come vetro rotto su un nervo scoperto.

Il sonno mi aveva ormai abbandonato e con molta frustrazione decisi di indagare sulla fonte del rumore. Mi sedetti a letto e ascoltai con attenzione. Era diverso da qualsiasi altro suono che avessi mai sentito. Pulito, grave, ma man mano che la mia mente si abituava al suono, iniziai lentamente a comprenderne la natura. Era certamente soffocato da qualcosa, ma la cosa che più vi assomigliava era… una sorta di litania.

Avevo sentito qualcosa di simile in precedenza, quando da bambino visitavo mia nonna nella casa di cura. Un luogo che aveva lasciato in me un ricordo, anziani che vagavano confusi come detenuti, mormorando ripetutamente a sé stessi dei giorni andati, ripetendo frasi e parole senza senso.

Questo è ciò che mi ha ricordato, un flusso continuo di parole indecifrabili, pronunciate da qualcuno in stato confusionale.

Mi voltai per controllare Mary, il suo petto alzarsi e abbassarsi ad ogni respiro. Mi assicurai che non si fosse svegliata e lasciai il letto. Mentre mi alzavo intuii che il mormorio si stava facendo più forte. Essendo buio avevo lasciato la luce accesa in sala, come d’altronde faccio sempre; questa scivolava flebile sotto la porta e mi permise di dare un’occhiata alla stanza debolmente, ma abbastanza distintamente, illuminata.

Mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcosa fuori posto, ma la camera apparve come mi aspettavo. La mente tornò a quella notte da bambino, nella seconda stanza, quando i rumori provenivano da qualche minaccia invisibile, ma onnipresente.

Feci un passo avanti e, come prima, il rumore crebbe nuovamente. Cercando di decifrare le parole avvertii il timbro della voce. Era vecchio, graffiato dall’età, con l’aggiunta di un sottofondo duro e gutturale. Le parole venivano ripetute a un ritmo frenetico e sembrava quasi ansioso, ma smorzato da qualche sconosciuta barriera.

Ero spaventato, ma la presenza di Mary mi donava rinnovato vigore; con un respiro profondo e pieno di trepidazione feci un altro passo lento e silenzioso in avanti.

Anche in questo caso la voce si fece più forte. Non ne ero certo ma sembrava che si agitasse sempre di più man mano che mi avvicinavo. Ebbi un sussulto quando, per quanto rimanesse un mormorio, la voce cambiò e continuò a crescere; tra il confuso, duro suono di esso, riuscii a percepire una parola. Una parola che fece insinuare nelle mie ossa un brivido gelido.

Il mio nome.

Dio mio, conosceva il mio nome! Era come realizzare che l’essere a conoscenza del mio nome avrebbe in qualche modo incrementato la sua forza. Che io non avrei mai potuto liberarmi di lui. Che mi avrebbe potuto uccidere in qualsiasi momento.

Qualcosa improvvisamente catturò la mia attenzione: un movimento accompagnato da uno stropiccio di tessuto. Sapevo ora da dove quella ritmica, agitata voce aveva origine. Ora sapevo perché era ovattata e difficile da decifrare. Ora potevo vederla, di fronte a me.

In piedi.

Dietro le tende.

La luna stava calando, e non riuscendo il suo bagliore a penetrare del tutto il tessuto spesso, si riusciva a malapena e debolmente a delineare la cosa che guardava attraverso la mia finestra e le tende. Non posso raccontare a parole il senso di stranezza che mi pervase. L’ansia ed il terrore erano aumentati, ma un bisogno insolito, la voglia di darvi un senso si impossessò di me.

Dovevo capire, scoprire che cosa fosse.

Feci un altro passo esitante verso le tende. Danzavano leggere, come trasportate dalla brezza, ma non capii se il movimento era causato da me o dalla mano che si nascondeva dietro al tessuto. Ora ero abbastanza vicino da poter sentire il suo respiro affannoso, lo spostamento di liquido nella sua gola, percettibile a ogni inalazione.

Eccomi qui.

Stavo per confrontarmi con la mostruosità del mio passato, questo aguzzino dei bambini, questo vigliacco. Alzando la mano destra, lentamente, toccai accidentalmente il tessuto della tenda, provocando una sottile increspatura che le divise momentaneamente. Rimasi senza fiato. Tramite quella fessura temporanea, anche solo per un momento, lo vidi.

Mio dio, come posso descrivere ciò che stava lì in piedi? Persino ora chiudo gli occhi, augurandomi di poterlo cancellare dalla memoria. Sobbalzò e si scosse mentre continuava a mormorare, ripetendo una frase indecifrabile, che suonava come un bizzarro miscuglio di numerose lingue. La sua pelle era tesa su una struttura innaturale di ossa fragili e sporgenti; vertebre, costole e altri meccanismi interni che sembravano come sporgere attraverso della carta sottile, pallida, di un rosa smorto, che sembrava coperta da lividi.

Si presentava malnutrito, lo stomaco era gonfio e la sua struttura ossea non riuscì comunque a diminuire la sensazione che fosse capace di esercitare brutalmente la sua forza su una vittima.

La mia nausea crebbe; uno sporco, fastidioso odore riempiva l’aria e man mano che mormorava nell’oscurità attraverso quelli che sembravano denti rotti, fratturati, non riuscii a fare a meno di provare pietà per questo disgraziato, come se fosse vittima di una lunga inedia.

Ripresi velocemente la consapevolezza di ciò che stava accadendo e realizzai che quella cosa non era da compatire, ma da temere. Non da essere compreso, ma da essere smascherato. Non tremava perché faceva freddo, stava tremando per l’eccitazione, come un tossicodipendente che pensa alla sua prossima dose.

Ero lì in piedi, a contemplare ciò che avevo appena visto tra le tende, e ancora una volta mi preparai per rimuovere il suo rivestimento, la sua protezione di tessuto e rivelarlo per quello che era; un vandalo dal cuore freddo, un ladro della peggior specie, una deviante piaga nel proprio diletto.

Sollevando ancora una volta la mano verso la tenda, qualcosa catturò la mia attenzione. Il suo confuso, duro ed inarticolato respiro spremette attraverso quella sua bocca marcia le quattro parole più terrificanti che io abbia mai sentito:

“Dietro di te”.

Un brivido freddo mi scivolò lungo la collottola.

Rimasi per un attimo immobile, incapace di fare alcunché; l’amore tuttavia mi fece rinsavire. Se fossi stato da solo la paura mi avrebbe travolto, scuotendo ogni mia possibilità di resistenza da parte della mia mente, ma con Mary che dormiva profondamente nella stessa stanza, proteggere la ragazza che amavo da quel mostro era il mio unico pensiero.

Mi voltai lentamente e, mentre lo facevo, potei sentirlo annaspare, come affamato d’aria. Ad un quarto di giro potei sentire il suo respiro, il fetore della morte che aleggiava in aria, appestato e sudicio. Poi un’altra voce. Non era qualcos’altro di orribile nell’oscurità, ma Mary. Urlò a pieni polmoni, tanto che mi fece trasalire. Un urlo che mi perseguiterà per il resto dei miei giorni.

Mi girai velocemente e diedi un rapido sguardo, ma non era dietro di me, era sul letto! Si contorceva e raschiava, deliziato, la sua spina dorsale curvata dall’angoscia degli anni, sporgente attraverso frastagliati frammenti di stoffa che gli pendevano dal torso, nel vano tentativo di sembrare quasi umano.

Umano? Lo era mai stato? O era qualcosa di così vile, disgustoso, così assolutamente e dolorosamente spregevole che nessun uomo e nessuna donna avrebbe mai potuto tentare di concepirne l’abominio?

Balzai verso quella cosa, afferrandola, colpendola, tirandola via con ogni grammo di forza che avevo, ma la sua flaccida pelle mi scivolava dalle mani. Tenette premuto e forzò il volto di Mary contro il cuscino, felice, mentre gli altri arti, arcuati e contorti, le strappavano la camicia da notte, facendo scivolare le sue lunghe, ossute dita sul di lei corpo nudo, in una sordida carezza.

Le urla di Mary erano attutite dal cuscino; temevo che stesse per soffocare di lì a poco.

Gridai, urlai, supplicai quella cosa di lasciarla in pace, di prendere me, di farmi tutto ciò che voleva, ma servì solo ad alimentare la depravazione del demone. Le stava facendo del male, la stava graffiando… la mia bellissima Mary.

All’improvviso smise di attaccarla, ma mantenne una delle sue fragili, lunghe e scarne dita dietro alla testa di Mary, spingendo la sua faccia contro al cuscino. Serravo le mani attorno al suo putrido collo, provando come meglio potevo a strangolare la bestia, ma i miei sforzi erano vani. La sua struttura in pelle e ossa nascondevano una forza travolgente. Guardai con aria di disgustata incredulità quando iniziò a passare le dita cadaveriche tra i capelli di Mary, lentamente, quasi affettuosamente.

Percepii la torsione e lo spezzarsi delle ossa, lo scoppio della cartilagine, lo schiocco dei tendini.

Grazie a Dio non proveniva da Mary! Ero sul dorso della cosa, con il braccio avvolto intorno al suo collo e con il mio mento che strofinava sulla pelle abrasiva della spalla. Quando la sua spina dorsale affondò sul mio ventre girò la testa in modo totalmente inumano. Il collo scricchiolò e gemeva sotto lo sforzo di ogni movimento artritico, come se fosse bloccato da migliaia di anni di rigor mortis.

Ora fissava me.

Ho sentito parlare spesso di persone che si focalizzano su piccoli dettagli non riuscendo ad afferrare appieno la situazione nella sua totalità, e in quel momento vissi la stessa sensazione, così tanto vicino ero al suo sguardo nero, di ghiaccio, che non riuscivo a ricollegarlo alle altre sue caratteristiche.

Rinforzai la presa, imprecai, gridai, gli avrei strappato la gola se avessi potuto, ma tutto sembrava inutile, mentre continuava a passare le dita scarne tra i capelli di Mary con noncuranza, sempre guardandomi.

Non penso che potrò mai veramente riprendermi dal suono che passava attraverso quella che sembrava essere la brutta copia di un ghigno; un sospiro affannoso, un grugnito, qualcosa che pareva una risata sinistra, ultraterrena.

Come se il suo volto stesse toccando il mio, i suoi occhi fissavano in profondità, dentro di me. Nemmeno il mio riflesso ritornava; due pezzi di vetro in un rifugio di oscurità alla ricerca di sentimenti oscurati, privi di luce, di felicità e amore. Mi stava guardando come se stesse cercando di trasmettermi una semplice idea.

Malizia.

Con uno straziante, brusco e violento movimento, strappò un’intera ciocca di capelli dalla testa di Mary, lasciandole una ferita aperta. Quindi sparì. Mary non urlò, si limitò a piangere. Accesi la lampada sul comodino, ma nessuna parola avrebbe potuto consolarla.

Piangeva isterica.

Il letto era intriso di sangue, sgorgato dai numerosi graffi della schiena e dalla grande ferita in cui prima c’era un’intera parte di capelli. La abbracciai, lei disse che sarebbe andato tutto bene, ma poi mi guardò.

Guardandola negli occhi pieni di lacrime, sapevo immediatamente a cosa stava pensando. Lei pensava che l’avessi attaccata, che le avevo fatto tutte quelle cose orribili. Tra tutte le esperienze che ho avuto, lo sguardo tradito, disgustato e sprezzante sul volto di Mary rimarrà quella più dolorosa.

Se ne andò.

Ho cercato di spiegarle, di dirle quello che stava accadendo, ma non mi avrebbe mai ascoltato. Chi avrebbe creduto a una storia così assurda? Disse solo che non avrebbe chiamato la polizia, ma che se avessi mai riprovato a contattarla l’avrebbe fatto. Per lei ero io l’aggressore, non quella cosa. Andandosene, provò a guardarmi un’ultima volta, ma scoppiò in lacrime.

So che l’ho persa per sempre. La donna che amo più di qualsiasi cosa su questa terra pensa che io sia un essere umano violento. Se solo avesse potuto capire chi fosse il vero mostro, che non era umano, e che se mai lo è stato non lo era più da tempo immemore.

Erano le 5:00 quando Mary mi ha lasciato; ora sono le 9:00. Sono seduto qui, alla fredda luce del giorno, al mio tavolo in cucina, scrivendo in modo da avere un ricordo scritto di ciò che è avvenuto, in modo che la gente sappia, in modo che Mary sappia che qualsiasi cosa accada, che tutto ciò che avverrà d’ora in poi, si verificherà a causa di quella spregevole creatura della mia infanzia, di quella maledetta stanza stretta, tanti anni fa, che ha portato tanta miseria a me, e a noi.

Devo rinunciare ai sentimenti. Potrei facilmente rimanere qui, rimpiangendo la perdita del mio rapporto con Mary, o potrei permettere a me stesso di non lasciarmi sopraffare dalla paura; di restare inerme. Ma ciò non avverrà.

Riesco a sentire le risate dei figli del mio vicino da fuori. In diverse fasi della mia vita ricordo quella stessa sensazione di gioia e felicità nata da qualcosa di semplice, come giocare con gli amici, o arrampicarsi su un albero, o baciare la donna che ami, o anche coricarsi a letto immaginandosi che cosa si sognerà, nella sicurezza di una casa, di una famiglia felice. Tutto ciò mi ha distrutto. Ma sono risoluto. Qualunque cosa quell’orribile disgraziato abbia in serbo, qualsiasi cosa voglia fare con me, io non permetterò che faccia del male ad altre persone, o che invada la vita di un bambino come ha fatto con me tanti anni fa.

Devo lasciarvi ora, dal momento che c’è molto da fare prima che diventi buio, prima che ritorni. Ho già progettato i miei piani e con un po’ di fortuna potrei portarli a termine. Vorrei tanto poter dire che ci sentiremo ancora, ma penso che sia improbabile. Spero che capiate cosa dev’essere fatto.

Perché io, questa sera, ho tutta l’intenzione di ucciderlo.

Guy Uomo Buio Camera Tende Tendaggi Persone Bedtime 1

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