Michael ha visto la sua vita distrutta da un mostro: la sua infanzia, le sue sicurezze, la donna che ama, ogni cosa per colpa di un’entità demoniaca che brama solo il suo dolore, e che vive delle sue paure. Ma non sa che dopo tanti anni di abusi Michael è stanco, e non ha più nulla da perdere.

Ultima parte della monumentale serie creepypasta Bedtime di Michael Whitehouse, tradotta in esclusiva su Bottega Mistero, trovate i quattro precedenti capitoli qui: L’ora di dormire, Conseguenze, Le mie paure si realizzano e L’orrore sta arrivando.



Vi auguro buona lettura, e se avete altre creepypasta da consigliarmi, in inglese o in italiano, potete suggerirmele nei commenti, nella pagina Contatti, su Facebook, Twitter o sul Forum.

Bedtime – Parte V – Sogni d’oro

Mi tremano le mani mentre scrivo. Sono stato rilasciato dalla polizia meno di due ore fa e sono costretto a registrare gli eventi di ieri il più rapidamente e il più accuratamente possibile. In un certo senso voglio dimenticare, ma so che non posso, so che non dovrei.

Devo divulgare quanto è successo, ne va della mia sanità mentale. Se mai dovessi lasciarmi influenzare ancora una volta dalla natura razionale del mondo, queste parole dovrebbero servirmi a ricordare che ciò che è invisibile è al tempo stesso misterioso e spaventoso.

Dopo che Mary se n’è andata ho capito di averla persa per sempre. Tuttavia, piuttosto che essere consumato dalla depressione e dall’impossibilità di fare alcunché per farla tornare a casa, mi sentivo rinvingorito da uno scopo, da un pensiero, da un’idea che sapevo di dover realizzare. Dovevo fermare il mostro, perché non potevo permettere che un giorno potesse ferire persone a me care, o profanare l’innocenza di un altro bambino.

Ero consapevole di essere sfuggito alla morte a stento, ma ormai avevo già perso tutto, e la possibilità di rimane ucciso non diveniva quindi che un piccolo prezzo da pagare. Si dice che la vendetta sia un piatto che vada servito freddo, ed ho aspettato per così tanto tempo di liberarmi di quella cosa, praticamente per tutta la mia vita da adulto, della sua memoria e dell’ombra che aveva gettato su di me, che ho accolto l’idea di uccidere questo demonio, corrotto e pervertito, col sorriso sulle labbra.

Quella notte sarebbe morto anche se avessi dovuto trascinarlo all’inferno con me.

Ho quindi riempito un borsone ed ho scritto una lettera a Mary e alla mia famiglia per spiegare quello che era successo. Ho telefonato a mia madre e mio padre, poi a mio fratello, solo per sentire le loro voci un’ultima volta, ma non ho detto che pensavo che non avrei mai più potuto parlare con loro. L’intuizione di mia madre la spinse a chiedermi se andava tutto bene; ho sorriso e le ho detto che le volevo bene, prima di salutarla con un addio.

Verso le 19 mi sono diretto verso l’auto. Il sole era già tramontato e la strada sembrava stranamente silenziosa, come se facesse da sfondo ad un funerale senza corteo. Mi sedetti al posto di guida lasciando aperta la portiera dall’altra parte, in attesa del mio passeggero più sgradito.

Alle 21 non era accaduto nulla di straordinario, il posto era deserto e l’aria fredda della notte che scorreva attraverso la porta aperta stava iniziando a fendere. Mentre sedevo lì i miei pensieri erano liberi di volare. Rimuginavo sulla natura di quel parassita cadaverico. Una domanda sorse da un mare di pensieri, torreggiante sopra ogni altra cosa, immobile e continua:

“Puoi uccidere qualcosa che è già morto?”

Non potevo sapere se si trattasse di una qualche aberrazione uscita da chissà quale tomba, o uno spettro che potesse essere considerato “vivo” o senziente in qualche modo, ma proprio mentre stavo per rivalutare il mio piano, eccolo lì. All’inizio la sua presenza era quasi impercettibile, un leggero sussulto delle sospensioni dell’auto. In altre circostanze avrei pensato ad raffica di vento che soffiava sul telaio, ma conoscevo fin troppo bene quella sensazione vissuta tanti anni prima; anche il letto a castello di quando ero piccolo si spostava leggermente quando quella cosa saliva sul letto inferiore. Era il biglietto da visita che preannunciava la sua venuta. L’aria si fece più densa come contaminata dal puzzo di un cadavere.

Era in macchina con me, non riuscivo a vederlo, ma lo percepivo chiaramente. Con l’orecchio teso alla flebile litania proveniente dal sedile posteriore mi sporsi di lato e chiusi con calma la portiera del passeggero. Girai la chiave nell’accensione e mentre imboccavo la strada potrei giurare di aver udito una risatina soffocata ma chiaramente maliziosa, come qualcosa che mi deridesse.

Sapeva cosa stavo per fare?

La nostra destinazione non era lontana, ma la strada di campagna che si dipanava dinnanzi a noi si inerpicava lungo colline che aumentavano e dimuivano sinuosamente d’altezza con inquietante regolarità, aumentando il senso di abbandono del panorama nella notte. Di tanto in tanto potevo avvertire chiaramente rumori dal sedile posteriore, ma mi rifiutavo di anche solo guardare quella cosa prima del tempo. Dovevo avere pazienza; l’avrei affrontata una volta per tutte di lì a poco.

Era ironico, ero preoccupato di lasciar trapelare le mie intenzioni e spaventare quella stessa cosa che mi aveva terrorizzato e torturato da bambino. Dovevo essere resiliente e così guidai con attenzione e calma attraverso la campagna, circondato dall’oscurità, sperando che il mio passeggero ultraterreno non sospettasse di nulla.

Poi, capolinea.

Le ruote della macchina faticarono e scivolarono lungo il sottobosco mentre mi avviavo verso la stretta strada di campagna. Il paesaggio si era aperto e mentre guardavo gli alberi divelti e marcescenti intorno a me sentivo che quello era il posto giusto, desolato e di notte, per distruggere cose oscure.

La terra improvvisamente mi mancò letteralmente sotto i piedi; una vecchia cava si affacciava su un profondo abisso, che si rifletteva nelle acque nere del lago sottostante. Il bordo della scogliera era relativamente piatto ed offriva un tempo una strada, abbandonata qualche decennio fa. I ragazzi del posto erano soliti raccontarsi fantasiose fandonie sui fantasmi delle persone morte lì in cerca di vendetta, ma si trattava, per l’appunto, di semplici stupidaggini. Oppure no? In passato avrei riso in faccia a queste storie dell’orrore, ma chi avrebbe sinceramente creduto alla mia se gliela avessi raccontata adesso?

Spensi il motore e parcheggiai a diversi metri di distanza dal bordo della scogliera, spensi i fari e mi preparai a quello che sarebbe accaduto. Rimasi seduto in auto per quella che mi sembrò un’eternità; come unica compagnia avevo i flutti d’acqua che spumeggiavano nel laghetto.

Attendevo.

La cosa era intelligente, non c’era dubbio. Aveva giocato con me, assaporando il dolore e il tormento che aveva causato, come solo una mente affilata e calcolatrice avrebbe potuto fare. Per questo motivo sapevo che avrebbe sospettato di me, e forse anche provato a fuggire se avessi portato la macchina troppo vicino al bordo della scogliera; dovevo aspettare che attaccasse, lasciare che si nutrisse, facesse baldoria e si ingozzasse su di me, forse poi non si sarebbe accorta dell’auto che si sarebbe inabissata lentamente, nelle gelide acque sottostanti.

Stavo per affogare il bastardo.

Avevo valutato a lungo sulle mie reali possibilità ed ero giunto alla conclusione che ci sarebbe stato un momento, un solo istante in cui avrei avuto una flebile ma reale opportunità di saltare dall’auto prima che raggiungesse il bordo della cava. Mary e io ci andavamo di tanto in tanto, un posto in cui stare insieme lontano da tutto il resto, nei giorni felici d’estate. Conoscevo quindi la zona a menadito. Il lago si stagliava almeno una decina di metri sotto da dove eravamo noi, e per nulla al mondo avrei voluto ritrovarmi in quell’auto mentre impattava l’acqua, né intrappolato lì dentro con quell’abominio.

Attendevo, ancora.

Poi l’ho sentito. All’inizio lentamente, e poi aumentando di velocità e volume, un respiro affannoso e sibilante da dietro. Stranamente, sembrava più grave di prima. Ogni respiro un’eruzione di liquido, marcia e decaduta. Un brivido mi corse lungo la schiena. Un odore rancido cominciò a riempire l’aria.

Il respiro si avvicinò da dietro.

Il mio cuore correva all’impazzata, battendo forte e veloce mentre alzavo gli occhi e vedevo il parabrezza cominciare a ghiacciare dall’interno. Potevo scorgere il mio respiro, una cosa naturale in effetti, ma ciò che era innaturale era che sfumava di lato. Mi voltai lentamente, volevo piangere, volevo andarmene, fuggire via nella notte, ma dovevo restare, non potevo permettere che scappasse.

Era seduto sul sedile del passeggero.

Lo fissavo e lui ricambiava lo sguardo. Nell’oscurità, curvo, contorto, scarno, le mani serrate come se combattessero il rigor mortis; lentamente si mosse verso di me. Una gamba ossuta si spezzò e gemette mentre scivolava sul mio grembo e dall’altra parte.

Oddio, era seduto su di me!

Si avvicinò ed attraverso un frammento di luce fornito dalla luna lo vidi in volto. La pelle pendeva dai contorni spigolosi. Gli occhi vitrei mi fissarono in profondità mentre il sorriso gli si allargava sul viso, innaturalmente ampio come risultato della sua carne irrancidita, esponendo i muscoli marci, i denti rotti ed i nervi.

Avvicinandosi aprì la bocca rivelando una lingua umida e putrida che penzolava dalla mascella mancante. Respirava affannosamente, pesantemente, un fetore puzzolente che mi ferì gli occhi e mi riempì la bocca; soffocai un conato di vomito, il mio corpo tentava di espellere i suoi fumi velenosi. La cosa si fermò per un momento e ridacchiò tra sé, felice. I suoi gelidi occhi freddi, tuttavia, davano l’impressione di un vecchio afflitto e sempre più debole. Era ancora incredibilmente forte, ma sembrava che avesse perso parte del suo iniziale vigore.

Forse prendeva forza dalla stanza in cui dormivo da piccolo, ed abbandonando la mia vecchia casa si era lentamente indebolito?

Le lunghe dita aguzze mi carezzarono il viso e poi, a sottolineare le sue intenzioni, la cosa me ne infilzò una nella carne della spalla. Urlai, il dito sempre più in profondità, a scavare, raschiare, pressare dentro di me; quella cosa putrescente sapeva come provocare dolore, e tentave di affligermene il più possibile. Nel mentre, l’altra mano mi si avvicinava lenta.

Mi sfiorò.

Ora, dovevo farlo ora. Con la mano libera accesi il motore e sebbene la mia spalla fosse ancora bloccata sul sedile combattei il dolore e riuscii a mettere in moto la macchina, premendo sull’acceleratore come meglio potevo.

La creatura si agitò e urlò, tentò di scavalcarmi per guadagnare il sedile posteriore ma resistetti con tutte le mie forze, i pensieri di ciò che aveva fatto a Mary alimentavano la mia rabbia. Scivolavamo veloci verso il bordo della scogliera e cercai avidamente con lo sguardo la portiera del guidatore. Mentre ci avvicinavamo al nostro gelido tuffo vomitai un urlo carico d’odio contro la sua faccia putrida e la spinsi lontano dalla mia.

La cosa cercò una via di fuga arrampicandosi sul sedile posteriore, mentre io facevo lo stesso nel tentativo di aprire la portiera alla mia sinistra.

Ma era troppo tardi, la macchina abbandonò la scogliera e prima che me ne accorgessi colpimmo l’acqua scura, impattando violentemente contro la superficie nera simile a vetro. Sarei dovuto morire, ma l’airbag attutì il colpo; raschiai la testa contro il tettuccio e nulla più.

Stordito, cercai di fare mente locale. Il sibilo della bestia non era più lo stesso di sempre, aveva lasciato il posto alla disperazione ed alla rabbia di aver preso coscienza di stare per morire.

L’acqua era ghiacciata e si riversava attraverso la portiera della macchina aperta e contorta con una tale forza che quasi non riuscivo a muovermi. Ero quasi senza fiato, ma potevo dire lo stesso del mio tormentatore, che si contorceva affannosamente alla ricerca di una via d’uscita. Adocchiata la portiera, si spinse con violenza tra i flutti verso di me.

Strinsi il pugno e lo scagliai con tutta la forza che avevo in corpo contro la cosa. Pezzi di carne marcia si sfaldarono all’impatto ed un liquido nero eruttò dalla ferita.

Tentò di nuovo di scavalcarmi, e compresi che se avessi voluto affogarlo avrei dovuto morire con lui. Persi sensibilità mentre l’acqua gelida mi era oramai arrivata al mento, il cuore si dibatteva contro il freddo ed un’improvvisa ondata mi sommerse dopo un lungo, ultimo, respiro.

Trattenni il fiato, ma solo per prepararmi ad una morte per assideramento. Speravo che non sarebbe stato doloroso. I miei pensieri tornarono a Mary ed alla mia famiglia, un senso di tristezza e disperazione che mi sopraffaceva, e mentre lottavo con la bestia che cercava di superarmi ed aprire la portiera, guardai in basso e la vidi.

Il mostro aveva la gamba intrappolata tra il cruscotto ed il pavimento dell’auto a seguito della caduta dal dirupo e, sebbene potesse muoversi, non era in grado di scappare.

Mi voltai così verso la portiera, riuscivo a malapena a vedere al di là del mio naso in quell’acqua nero pece, ma la luce della Luna filtrava abbastanza per illuminarmi il cammino. Proprio mentre afferravo la maniglia della portiera il disgraziato mi afferrò e mi tirò indietro. Aveva abbandonato ogni speranza di fuggire, ed era deciso a portarmi via con sé.

Ci divincolammo per quella che sembrò un’eternità in quel loculo freddo mentre l’auto affondava lentamente sempre più nell’oscurità. Ora potevo sentire il mio corpo che anelava aria, espirai ed ingollai un sorso d’acqua ghiacciata.

Non rischio di peccare di immodestia nel raccontarvi di come riuscii a cavarmela da quella situazione grazie al mio ingegno. Girandomi su me stesso piantai i piedi contro il cruscotto con forza sufficiente per sfuggire alla presa scivolosa del mostro. Non ricordo molto altro, a parte l’urlo angosciato e pieno d’odio del mio tormentatore che si inabbisava nelle profondità del lago.

Mi ritrovai a trascinarmi sulla riva, congelato, zuppo, ma vivo. La ferita alla spalla mi faceva un male cane, ma tenevo a bada l’emorragia esercitandovi pressione con l’altra mano. Mi ci sono volute due ore per tornare a casa, e non riesco ancora a credere di come non sono finito a terra svenuto per la fatica o per l’ipotermia. Ripresi contatto con la realtà solo quando mi affacciai sulla via che portava a casa. Ce l’avevo fatta.

Avevo sconfitto quella cosa una volta per tutte!

Gongolavo alla vittoria ed alla pace ritrovata, finché notai una serie di grandi impronte che sgocciolavano dalla porta d’ingresso fin dentro il mio letto.

Ero basito. Fui assalito da un senso di disperazione così avvilente che non riescirei a spiegarvelo a parole. Era lì, coricato sul letto, in attesa; il lenzuolo bianco ne copriva il corpo emaciato.

La mente umana è una cosa meravigliosa. Proprio quando credi che il tuo corpo non abbia più energie da spendere, che le tue emozioni ti abbiano travolto così violentemente da lasciarti inerme, un pensiero fisso può risvegliarti dal torpore.

Calmati, riposati, e rifletti.

Attraversai silenzio il buio e raccolsi il portafoglio che avevo lasciato su un piccolo tavolino al centro del salotto. Avevo bisogno di ragionare con calma, mi serviva un’oretta di tempo per riprendermi. Lasciai la porta aperta e scivolai sul divano.

Mi sdraiai con calma, in attesa. Ero certo che non ci sarebbero state altre occasioni, che invece di giocare nuovamente con me la cosa avrebbe tentato di uccidermi un’ultima volta. Come era sfuggito a quella tomba liquida non riuscivo neanche ad immaginarlo, ma dannato me se mi sarebbe scappato di nuovo. Sperai mi avesse sentito arrivare dalla camera da letto.

Sulle prime chiusi gli occhi fingendomi addormentato, ma più il tempo passava e l’angoscia saliva. Cercai di tenere i sensi all’erta, ma la stanchezza della lotta alla fine ebbe il sopravvento, e caddi così in un sonno profondo.

Mi svegliai con mani ossute che mi cingevano il collo. La bestia tossiva e sputava, un liquido nero e rancido fiottava dalla ferita che gli avevo lasciato sul volto. Singhiozzavo alla ricerca d’aria sperando di sfuggire alla sua presa, ma la creatura era troppo forte e le mie mani non riuscivano a districarsi sulla sua pelle viscida.

In quel momento poteva sembrare una cosa sciocca, ma mentre la vista mi si affievoliva e m’inabissavo nell’incoscienza azzardai quello che tentano molti animali quando istintivamente capiscono di non avere altra scelta: mi finsi morto.

Rimasi immobile, trattenendo il respiro; la cosa mi scosse violentemente per il collo e poi mi lasciò cadere. Aspettavo, non avrei avuto un’altra possibilità per farla finita. Il suo respiro greve si affievolò, interrogativo.

Avevo bisogno che si spostasse sopra di me, liberandomi del suo peso.

Avvicinando il suo volto al mio, il suo sogghigno ampio e corrotto si increspò. Riprese contegno della saliva nelle putride guance, soltanto per sputarmi in faccia il suo disprezzo per la vita e la morte, mentre gocce di liquido fetido scivolavano via dalla mascella macera.

Volevo urlare, grattarmi via quello schifo di dosso, ma non potevo, non era il momento. Non era ancora convinto; affondò nuovamente un dito sulla spalla, probabilmente alla ricerca di una mia reazione. Il dolore era inimmaginabile, ma non cedetti.

Poi, lentamente, spinse due dita nella mia bocca. Il sapore era rancido, marcio, morto. Il ticchettio artritico delle sue nocche minò la mia determinazione. Mentre inarcava la schiena felice del delitto appena commesso, mi ficcò le dita in gola.

Sussultai, trattenendo un conato di vomito; l’istinto aveva avuto il sopravvento.

La bestia non sembrò sorpresa, anzì ghignò beffarda e spinse le dita più a fondo. Sentii la carne fredda e dura raschiare contro l’esofago. Imploravo con gli occhi che si fermasse.

Nei nostri momenti più bui, a volte risvegliamo la nostra vera forza. Mi girai su un fianco ed usai il suo stesso peso per liberarmi dal suo giogo. Caddi inerme sul pavimento. La creatura mi afferrò per le caviglie, ma tra calci ed urla alla fine riuscii a sgusciare via. Mi fissò, ma solo per un momento. Alzandosi in piedi sul divano, le sue fragili ossa si spezzarono sotto il suo stesso peso; la figura torreggiava alta e scarna pronta a balzare su di me.

Sin da bambino ero stato la sua vittima. Mi aveva terrorizzato, mi aveva rubato l’innocenza, attaccato Mary e spezzato la mia vita.

Non potevo più sopportarlo.

La preda più pericolosa è quella che ti fa cullare in un vano senso di dominazione, e che ha dominato le sue paure con la rabbia e la fame di vendetta. Era subdolamente caduto nella mia trappola, un tranello architettato con fredda e spietata razionalità.

Il fuoco purifica tutto.

Mentre gemeva, strillava, si spezzava e si contorceva, preparandosi ad agguantarmi, con un movimento rapido rimossi una coperta dal pavimento rivelando un secchio pieno di benzina che avevo comprato poco prima. Lo gettai più forte che potevo sull’immondo essere, inondando lui ed il divano di liquido infiammabile.

Esso semplicemente mi sorrise, prendendo in giro la mia stessa esistenza, il mio dolore e l’agonia che mi aveva causato.

Dalla tasca tirai fuori un accendino, lo accesi e diedi fuoco a tutto. L’essre si contorceva ed urlava dal dolore, parte della sua carne venne via, dissolvendosi nell’aria, e di questo ero un po’ dispiaciuto.

Lo guardavo bruciare, lentamente.

Alla fine il fuoco divorò ogni cosa, e per mia fortuna un vicino zelante alla vista del fumo chiamò i soccorsi. Di tutto ciò che venne dopo, come sono scampato alle fiamme e mi sono ritrovato in un letto d’ospedale, non ricordo assolutamente nulla.

Venni ricoverato per intossicazione da fumo ed ustioni alle mani. Mi fanno ancora male, sopratutto ora che scrivo, ma guariranno presto. Forse mi rimarranno delle cicatrici.

La polizia mi arrestò poco dopo, credendomi un assassino. Sospettavano che io avessi ucciso qualcuno appicando il fuoco e la ferita sulla spalla di certo non ha aiutato a farli desistere dalle accuse. Mi hanno rilasciato, chiedendomi però di rimanere a disposizione per rispondere ad ulteriori domande; in ogni caso non credo gli piacerebbero le mie risposte. Non hanno trovato resti umani, né alcuna prova che con me ci fosse qualcun altro, a parte uno strano profilo umanoide impresso nel muro e nel divano. Sembrava che chiunque, o qualunque cosa, si trovasse lì avesse tentato la fuga, ma la riuscita della stessa apparve a tutti alquanto improbabile.

Me ne sono liberato. Un peso che portavo dentro di me sin dall’infanzia. Mi sento rinato.

Sono distrutto dal fatto che abbia perso Mary, e che ormai non ho più una casa; dato che è stato semplice dimostrare che sono stato io ad appicare l’incendio l’assicurazione non pagherà.

Le mani così come la spalla mi fanno malissimo, ma nello spirito no, nello spirito mi sento forte, motivato. Scrivo da una stanza d’albergo, piccola e spartana, ma per quello che ho intenzione di fare è perfetta. Stasera desidero solo dormire e sognare, come facevo da bambino, prima che quella cosa invadesse la mia vita.

Credo sia stata la mia razionalità a salvarmi, il mio pensiero logico che mi ha permesso di distruggere un simile orrore, ma non sfuggirò mai alla conclusione che c’è molto di più nella vita oltre quello che conosciamo, là fuori nell’oscurità. È un mondo che ho visto e non mi interessa rivisitare, ma stasera riposerò e domani ricostruirò la mia vita con la certezza che il mio sgradito ospite se n’è andato per sempre. E di questo sono certo!

Mi ci vorrà del tempo per tornare ad una vita normale, e la mente certamente mi giocherà brutti scherzi: è difficile abbandonare la paranoia che ti ha accompagnato praticamente da sempre. Devo riscoprire il senso di sicurezza. Non vivrò più nel terrore, così come stamane, in ospedale, sentivo il letto tremare: era la mia immaginazione, lo sapevo, lo so.

Sono contento di aver scritto le mie esperienze, mi ha aiutato molto e, cosa più importante, se ti ritroverai – Dio non voglia – nella mia stessa situazione, saprai cosa fare.

Ma si è fatto tardi, sono stanco come non mai, ed è giunta l’ora per me di riposare, finalmente.

Buonanotte, e sogni d’oro…

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