Giugno non è solo il mese del Gay Pride, ma di tutte quelle persone che, semplicemente, sono orgogliose di essere quello che sono; al di là del proprio orientamento sessuale o dell’identità di genere, riunite sotto un’unica bandiera arcobaleno: tutto ha avuto inizio con i Moti di Stonewall.

Sembra una banalità, ma per molte persone è ancora oggi difficile esprimere sinceramente e serenamente la propria sessualità. Qui nel Belpaese ci definiamo spesso uno Stato civile, all’avanguardia, occidentale, ma nel caso abbiate la memoria (storica) corta, vi invito a leggere la storia di Franca Viola: in Italia il matrimonio riparatore è stato abrogato nel 1981, e la violenza sessuale è divenuta un reato contro la persona solo nel 1996.



Neanche 25 anni fa.

Il mese dell’orgoglio è giugno per ricordare i Moti di Stonewall, che hanno aperto le porte ai movimenti LGBTI. Eccone la storia.

Gay Pride Stonewall Giugno Bandiera Arcobaleno

Come venne l’odio

Non che ci sia niente di male, ma negli anni ’60, negli Stati Uniti, se non sei eterosessuale e se non ti vesti come si confà a persona a modo (magari WASP, White Anglo-Saxon Protestant) qualche problema prima o poi ce l’hai. E se frequenti un gay bar, beh, in quel caso la rogna te la sei cercata.

Il maccartismo è ancora vivo e presente nella cultura statunitense, ed in un periodo segnato da quella che è a tutti gli effetti una feroce – ma legale – caccia alle streghe poco importa che la vittima sia una spia russa dormiente, una persona di colore, o un omosessuale che beve birra in un bar.

Mentre fioccano ai vari dipartimenti governativi segnalazioni di vicini un po’ troppo filocomunisti, la polizia ha il suo bel grattacapo contro la “piaga” dei locali gay. Da pochi anni la Mattachine Society, la principale associazione per i diritti LGBTI, è riuscita sotto la guida di Richard Joseph Leitsch a svelare al grande pubblico diverse attività della polizia di New York atte ad incastrare gli omosessuali con azioni al limite dell’illegalità. Per gli agenti è facile spingere una singola persona ad atteggiamenti dichiaratamente dell’altra sponda, ed arrestarla anche coercitivamente con qualsivoglia capo d’accusa contro la morale, mentre è più difficile farlo con gruppi di persone numerosi: così i locali gay diventano non solo un luogo di svago, ma anche un cantuccio sicuro dove potersi esprimere liberamente sottraendosi per qualche ora al giogo della società.

Le retate sono all’ordine del giorno alla ricerca di qualcuno con atteggiamenti un po’ ambigui su cui imbastire una denuncia per atti osceni.

Un pesante smacco per la polizia viene proprio da una retata. Durante un processo in cui la pubblica accusa chiede la chiusura di un locale per somministrazione di alcolici ad omosessuali – una sorta di istigazione a delinquere da parte dei baristi – il giudice difende a sorpresa i gestori, che possono quindi servire chi gli pare, gay, transessuale o chicchessia.

Una labile vittoria

Tuttavia la State Liquor Authority, che rilascia le patenti per la somministrazione di alcolici, non può esplicitamente togliere l’autorizzazione ai ritrovi gay, ma può trovare migliaia di altri pretesti. I locali chiudono e falliscono per colpa della SLA, ma i proprietari non sono degli stupidi, e trovano delle scappatoie.

La prima, più o meno legale, è quella di convertire i bar in circoli riservati ai soli soci: non è necessario esibire un documento all’ingresso, bastano nome e cognome, ma gli avventori devono – in teoria – portarsi da bere da casa.

La seconda è chiedere aiuto alla mafia, che può rifornire i locali grazie ad un collaudato sottobosco fatto di mazzette, furti e distillerie clandestine.

Si viene così a creare un labile equilibrio con la polizia che organizza una retata, rilascia qualche multa ed incassa la tangente, ed i locali gestiti dalla mafia che riaprono qualche ora dopo. Spesso le irruzioni vengono comunicate con largo anticipo, e finanche pubblicate sul giornale del mattino, lasciando il tempo alla mafia di nascondere le bottiglie di liquori, e ai clienti di darsi un certo contegno, da persone civili e a modo.

Poi tutto questo si infrange contro la vetrina dello Stonewall Inn.

I moti di Stonewall Inn

Siamo in un bar di New York, USA, affacciato su Cristopher Street, numeri civici 51-53, nella notte del 28 giugno 1969. Il locale è lo Stonewall Inn, ed è uno dei più importanti punti di riferimento per la comunità omosessuale della Grande Mela.

Lo Stonewall è un po’ diverso dagli altri gay bar, perché accoglie tutti gli emarginati della società perbenista newyorkese. Ci sono minorenni sbandati, spesso fuggiti di casa, omosessuali in cerca di compagnia, drag queen che solo qui possono vestirsi liberamente: Stonewall è un cantuccio sicuro, una casa quando non si ha una casa, un luogo caldo dove passare qualche ora di spensieratezza in una notte di pioggia. Tutti sono i benvenuti, e nessuno è abbastanza strano da rimanere chiuso fuori.

Siamo sotto elezioni ed il candidato sindaco uscente John Vliet Lindsay ha appena perso le primarie. Bisogna trovare un argomento efficace che gli consenta di restare in carica, qualcosa di efficace, magari eclatante, con cui arridere la folla; qualcosa di facile, veloce e pulito: una serie di irruzioni a tappeto nei locali gay di tutta New York.

Nella notte tra il 27 ed il 28 giugno sono già saltati quattro bar: al Checkerboard ed al Tele-Star hanno apposto i sigilli, mentre allo Snake Pit ed al The Sewer hanno comminato pesanti multe. L’ultima attività da setacciare è lo Stonewall Inn. E si tratta di un’operazione mediatica di sicuro successo.

Lo Stonewall è gestito dalla mafia del clan dei Genovese, ed è in mano ad un volto noto della criminalità, Tony “Fat” Lauria, che ha tenuto la polizia a bada, almeno finora, allungando cospicue tangenti; non ha licenza per la vendita per gli alcolici, che vengono ovviamente serviti sottobanco ai clienti; si dice ospiti un bordello al piano superiore e qualcuno è pronto a giurare che se hai bisogno di una dose di coca è lì che devi andare.

Per Lindsay è una manna dal cielo, un’operazione di sicuro successo, e la possibilità di elevarsi a difensore della morale cittadina. D’altronde, cosa potrebbe andare storto?

L’irruzione

In effetti sulle prime non sembrano esserci particolari problemi per la polizia di New York. Il locale ospita circa 200 persone, tutti almeno in teoria soci del club, più qualche agente già infiltrato da qualche ora. All’accendersi delle luci tutti ammutoliscono, e partono i controlli. I poliziotti applicano un sistema molto semplice: picchettano il locale, fermano quelli senza documento d’identità, i minorenni ed i clienti in abiti femminili per accertamenti, e svuotano man mano il locale. L’operazione è quasi terminata, se non fosse per qualche dissidente, ma nulla di cui preoccuparsi; solo qualche travestito che si rifiuta di essere scortato nei bagni per la verifica del sesso ed una donna butch (ovvero una lesbica con atteggiamenti spiccatamente maschili) che si oppone all’arresto. Si decide di arrestare tutti quelli rimasti all’interno del club, e si chiamano due furgoni cellulari per scortarli in commissariato.

Nel mentre al di fuori del locale si sta accalcando una folla corposa, composta in larga parte dai clienti appena cacciati e da qualche astante dai bar vicini. Qui le versioni si fanno contrastanti: qualcuno afferma che a dare via ai moti sia stata Stormé DeLarverie, una donna lesbica trascinata a forza contro un’auto di pattuglia, inveendo contro la folla che non reagiva alla brutalità degli agenti; altri dicono che sia stata Sylvia Rae Rivera, transgender MtF, a lanciare una bottiglia contro uno degli agenti, che l’ha pungolata poco prima con un manganello.

Qualunque sia la causa, in un’atmosfera elettrica, la follia esplode.

L’assedio

La polizia non è pronta ad un’esplosione di violenza così improvvisa, e di fronte ad una così soverchiante superiorità dei riottosi (si stimano 500 persone contro una quarantina di agenti), la polizia decide di barricarsi nello Stonewall Inn, ed aspettare i rinforzi.

Due auto ed un furgone riescono a partire alla volta del distretto, a tutti gli altri autoveicoli vengono squarciati gli pneumatici. I riottosi recuperano una partita di mattoni da un cantiere vicino e cercano di sfondare il picchetto interno, mentre altri riescono ad abbattere la porta del bar con un parchimetro divelto.

La scena è irreale.

Il commissariato ha intanto inviato degli agenti in tenuta antisommossa, che tentano di disperdere i manifestanti. Su quello che è a tutti gli effetti un campo di guerriglia urbana si scontrano circa 2.000 manifestanti e 400 poliziotti; vengono allestite barricate improvvisate con auto capottate su un lato, viene quasi dato fuoco allo Stonewall, e le autorità tentano in tutti i modi – gliene va dato atto – di reagire senza l’uso delle armi da fuoco. Un gioco di forza e di nervi che si protrae sino alle prime luci del mattino, quando al grido di Gay Power! la folla finalmente si disperde.

Fortunatamente non vi sono vittime, ma diverse persone finiscono all’ospedale per traumi e ferite, mentre il club è letteralmente devastato, ma si riesce in qualche modo a riaprirlo la sera dopo.

La notizia degli scontri si è diffusa velocemente tra la comunità LGBTI, e alla riapertura si presentano oltre 1.000 persone, pronte a dare nuovamente battaglia al distretto. Stesso copione della sera prima, con un altro intervento delle squadre antisommossa che si protrae sino alle quattro del mattino.

Alla fine i moti si protraggono per cinque giorni, sino all’ultimo episodio di violenza del 3 luglio, contro il redattore del quotidiano locale di sinistra Village Voice, Howard Smith, che si è ritrovato barricato nello Stonewall con gli agenti, e che ha definito sul giornale i manifestanti come froci (faggot, negli articoli originali).

Moti Stonewall Inn
Unica foto dei moti di Stonewall. Joseph Ambrosini, New York Daily News, 28 giugno 1969.

Il Gay Pride

Lo Stonewall Inn non fa solo da sfondo alla storia LGBTI, ma ne è parte integrante, il cuore pulsante tutte le persone che sono orgogliose di essere sé stesse, che si tratti di una donna che ne ama un’altra o di un uomo che si diverte ad indossare tacchi a spillo. E non ha importanza se in molti credono che né DeLarverie né Rivera fossero presenti all’inizio della rivolta, c’era bisogno di un’icona, qualcuno da seguire, la fiammella che avvampasse l’opinione pubblica, e così è stato.

Il 28 giugno 1970, ad un anno dai moti, viene istituito quello che è universalmente riconosciuto come il primo Gay Pride: la Christopher Street Liberation Day March, un tripudio di colori e vestiti sgargianti che si staglia tra le grigie vie di New York. Da allora e praticamente in tutto il mondo si celebra la storia dello Stonewall Inn, nel mese di giugno, con attività aperte a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e dimostrare al mondo che la diversità è solo una brutta opinione.

Il fu Stonewall Inn

Lo Stonewall Inn sopravvive ai moti solo di qualche mese, distrutto dai media che lo dipingono come un pericoloso luogo di ritrovo per la feccia della città, e vine messo in vendita nell’ottobre del 1969. Il gestore del bar apre nel 1972 un locale omonimo a Miami, ma dopo due anni la struttura viene divorata da un incendio e mai più riaperta. Nei locali originali sorge tutt’oggi un nuovo Stonewall Inn, inagurato nel 1996, che però ha poco o nulla a che fare con il club originale, sulla cui soglia si scrisse la storia.

Volete approfondire l’argomento?

Potete trovare maggiori informazioni – certamente migliori di quelle che vi ho dato io 😄 – sulla storia del pride e sul movimento LGBTI sui siti di Ondapride e Arcigay.

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